NATURA VIVA


Indendevo affidare tanta parte della potenza del quadro ai drappi involti, i quali non dovevano assolutamente risultare barocchi e perciò "stucchevoli" nell’articolazione delle profonde luci ed ombre, ma esistenziali nell’andamento di una morfologia dinamica e corrosiva dello spazio aggrovigliato, racchiuso tra le pieghe: a queste affidavo la forza sferzante del ghibli sulle dune di un deserto rovente. Nelle mie dita l’estenuante ricerca, e seguente rifiuto, del miraggio di un orizzonte qualsiasi. Studiavo e manipolavo il panneggio, provavo e riprovavo, a volte anche a lungo, sotto una luce diretta in un ambiente buio, visibilmente posseduto da una notevole mobilità estetica delle mani, come quella dei prestigiatori, che mi portava ad ottenere, con le dita tremanti di euforia creativa, pieghe vibranti, come solchi incisi di una mente lungamente vissuta. Non doveva neanche essere un ampliamento caravaggesco dell’organizzazione - in uno spazio appositamente costruito - di svariati elementi naturali e umanizzati dermodrappi corrugati. Niente competizione iperrealistica con la natura, oppure, appunto, terrestri e commestibili pennellate caravaggesche. No, nulla di tutto questo. Solo l’idea viva, subito negata dalla pittura viva, di un frutto vivente. "Tu, chiaroscuro d’erba verde e di rami bianchi, chiaroscuro e frutti cadenti nei rami radenti!" Il quadro doveva risultare un insieme che raccontasse, o meglio che racchiudesse, prolungandola(!), l’illimitata e "naturale" attitudine alla vita persino delle piante dalle quali quei frutti traevano origine. Dalle piante di lino e di cotone, che erano state capaci, suggendo il colore dal calore della terra su cui affondavano le radici, di tingere in filo i drappi, con clorofilla rosso-sangue, nelle zone del quadro di loro esclusiva pertinenza. E la luce aveva un compito fondamentale. Luce non uniforme, non coerente, non più "ben definita" nella sorgente distraendo e fuorviando, nel moto del tempo, e senza superficiali stravolgimenti, le direttive della realtà (questa è una delle tante possibilità di mettere a frutto le proprietà creative dell’arte): aveva il compito di essere diversa da una zona all’altra del dipinto. Partiva dal basso come lava infuocata dal centro della terra; smuovendo e inarcando il piano d’appoggio, danzava come i Momix attorno a più di un drappo soffocandone alcuni punti, iniettando in altri il siero di un compresso e forzuto respiro. Accarezzava, modellava, schiaffeggiava, imponeva caratteri e diniego a frutti e foglie roteanti su contenitori nascosti (e ardentemente pensati) dai tessuti che ne impedivano il sogno di un compito d’appoggio ma, riconoscendone la portata come punto di energia sottoposto, ne ripetevano la forma. La luce disgregava e scioglieva nella luce i frutti posti ad un lato più che a un altro E si espandeva a dismisura, nell’enorme spazio vuoto-pieno che il tutto sovrastava, friggendo e frantumando l’aria. Questi dipinti nascevano dal rifiuto della morte, dal suolo-natura di cui erano costituiti. Dovevano continuare a vivere sui muri nei quali venivano adagiati. Facendoli parlare, i muri, e partecipare al sogno, spettatore attento e necessario alla conoscenza. Dovevano rimanere per l’eternità viventi questi monumenti alla frutta. Rinnovandosi continuamente, sempre coscienti di essere viventi; nell’ordinaria e stupefacente mutevolezza della natura.Viva.

G.S.

 


... La sua incredibile tecnica ed i suoi colori giocano lo spazio, superandone i limiti, quasi volessero fondersi con la realtà circostante, fino a produrre l’effetto di un tuffo senza fine, di un volo, di un istante senza respiro. Forse l’ultimo, prima di nascere. Le sue forme racchiudono luminosità quasi magiche, eteree, soffuse ed al tempo stesso prepotenti: l’offerta del corpo rivela l’ancor più profonda offerta dell’anima. E forse anche di più. C’è Amore in queste opere. Amore vero. C’è cuore e tormento. Ed una fantasia atavica. Un mondo già trascorso e che ancora deve venire. C’è estasi. Purezza. Sensualità. Radici. Ci sono silenzi senza tempo, urli senza voce. C’è potenza, creatività, dolore nascosto.

C’è una continua promessa di emozioni, come in quell’isola che scaturisce dalla barca immobile, ricoperta della sua stessa vita, linfa vitale di un albero che cresce rigogliosamente silenzioso, sfidando la vastità del mare e del cielo: quasi in attesa. Forse proprio per questo ancor più vivo. Ed infine c’è tutta la dolcezza, la semplicità e la poesia di un piccolo grande uomo...

Chiara Portigliotti

 

... Il centro di gravità delle sue preoccupazioni, difatti, è per lui esclusivamente costituito dalla verità della sua visione e dal rifiuto di ogni opportunismo formale, nello sforzo permanente di chiarire e, vorrei quasi dire, di "ripulire" il terreno della sua pittura da qualsiasi compromesso con le estetiche più celebrate del momento e da qualsiasi, sempre possibile, confusione con atteggiamenti assunti per convenienza o per calcolo. Ma ciò che appare subito altrettanto chiaramente dal suo lavoro e dalle scelte che lo definiscono, è il fatto che tale distanza polemica complessiva nei confronti della sua generazione e delle maggiori indicazioni critiche del momento non è - come forse qualcuno potrebbe pensare - il portato d’una sorta di aristocratico "sdegno" per la facilità e per l’arbitrarietà che oggi vanno per la maggiore.

O, almeno, non è solo questo. È invece qualcosa di più, qualcosa che attiene allo specifico fondamento della sua immaginazione e che riguarda, dunque, il nucleo stesso della sua poetica.

Si tratta di un rapporto densissimo, appassionato e vivo, con la grande tradizione storica della nostra pittura e con le radici stesse, più nobili e splendide, della nostra cultura visiva. Un rapporto che Sicula intrattiene all’interno di una sorta di linea di continuità, di una linea di durata, di sostanziale "tenuta" dei valori e delle qualità formali complessive del nostro grande passato artistico...

Giorgio Seveso

 

La vita, e la rappresentazione della vita, irrompono con gioia (la sana gioia della natura) nei quadri di Gaspare Sicula. Per la sua originalità, per le emozioni che sa suscitare, per la limpida vena lirico-narrativa, questo pittore rappresenta un punto di riferimento sicuro nel grigio panorama dell’arte contemporanea.

Pittore di donne, di luci, di miti, di sentimenti; evocatore non solo della purezza greca ma anche dei grandi desideri contemporanei; realista innamorato della fantasia. Sentiremo molto parlare di lui.

È la prima volta (dopo Guttuso) che la Sicilia s’annunzia al grande collezionismo con un «acuto» che è uno squillo di vittoria…

…Questa volta, la sua narrazione assume cadenze mitologiche: dal mare spuntano Nudi femminili assai procaci e sullo sfondo si stagliano piccoli e grandi scogli. Anche in queste ultime opere, il riferimento alla Sicilia è palese e appassionato: tutto lascia credere che questo «dialogo» a distanza produrrà grandi risultati (quelli attuali permettono già di misurare l’intensità d’una pittura bella, sicura, personalissima). Citiamo, in particolare, «Il giardino delle delizie» «Il sorgere del sole» e la serie delle «Nature Vive», in cui - appunto - s’avverte il respiro della vita. Ecco insomma un pittore in cui si può credere: già al vertice dei suoi mezzi espressivi, già Maestro.

Ignazio Mormino

 

Il frutto è stato di volta in volta e più volte protagonista nella pittura di Gaspare Sicula. Lo ritroviamo in punti lucidi ed intensi delle scritture poetiche che talora il pittore ha premesso ai suoi cataloghi: "Ancora arance su cui si riversarono tutti i colori della tavolozza, e che così variopinte si presentarono in tacita compagnia su tavole più lunghe che alte. Tutte, alcune sommesse, altre solenni, ordinate con alle spalle il vuoto o il pieno totale che precludeva qualsiasi intrusione più o meno cosciente". In uno di quegli scritti Sicula aveva già osservato (su se stesso e per se stesso) che il Barocco e l’Astratto sono "come due estremità di un unico filo chiuso ad anello che perciò si toccavano".

... Ed ecco inverarsi integralmente l’ultima annotazione in questa stagione di frutti illusoriamente tangibili in cui il gesto definitivo, protagonista delle favole greche sulla mimésis, è bloccato, sospeso di fronte a queste teche che proiettano il frutto in uno spazio infinito puramente mentale, non esperibile in una terza dimensione fisica. L’iperrealtà delle molecole cromatiche che intridono le superfici rugose o setose dei frutti rimane, come i frutti stessi, "in sospensione", assorbita in un mondo che è quello platonico iperuranio. Per ulteriore e magica complessità, i fantasmi delle ombre portate sembrano farsi intermediari indipendenti fra il nostro mondo fisico e quello metafisico; e d’altra parte, nella loro "sospensione", i frutti appaiono testimoni e della storia (il Barocco della natura morta) e del simbolo (la bellezza della forma pura naturale e la corrosione del tempo).

Marco Rosci

 

… Negli interstizi rabeschi, musivi, d’erba e terracotta, tra dritta e manca, in un’ isola di barche tra poppa e prora, col sereno: e poi ci fu la pioggia!, le visioni del pittore - che prima aveva così ben dismesso dalla memoria stagionata - e della sua vita dipinta coi suoi miagolii e le continue zampate all’usuale sequenza del tempo, gli si fanno attorno, mai sbiadite, pungenti con un sottile retrogusto citrico, saldate alle sue interminabili passeggiate in ore silenziose molti e molti anni dopo.

Lui e il suo corpo dentro la città, le sue dita tra ordito e trama e le sue mani tra la tela e i colori, chiuso e insensibile a qualunque mutamento di tendenza e di stile, un personaggio collocabile in una Sicilia rinascimentale ma anche in un romanzo come il Gattopardo.

In questi ultimi due anni Gaspare si è impegnato a realizzare soprattutto opere della serie Nature Vive, forse la sua grande espressione.

Arance che odorano di aspro, che non si rassegnano a dimenticare la terra natia, arance che pensano, così intensamente Vive da sentirsi protagoniste in una prospettiva quasi sempre grigio-azzurra. Lo scenario teatrale della propria vita acerba, in compagnia a volte di uno stanco peperone posto appena al piano di sotto, l’inquilino accanto.

Ed è proprio quest’apparente prospettiva, falsamente identificata con il grigiore delle città del nord, che vive invece nel profondo dell’anima siciliana di Gaspare Sicula.

Marika Lion

 

NEI QUADRI DI SICULA SOLO NATURA "VIVA"

Non chiamatele nature morte. La pienezza dei frutti, la rugosità delle pelli, la luce generosa che scivola sulle superfici fanno dei frutti dipinti da Gaspare Sicula un inno alla vitalità. Sarà perché il pittore rappresenta con gioia tutta la sua sicilianità, fatta di forme e di colori, ma che sottintende anche odori e sapori.

Così la mostra allestita fino al 3 maggio alla galleria Devoto, è da non perdere: Sicula che dal 1983 vive e lavora a Tortona infonde nelle opere esposte un tratto inconfondibile, raccontando attraverso una galleria di semplici mele, pere, e altri frutti tutta la pienezza della natura e la felicità della vita.

Nato nel 1954 in provincia di Palermo, Sicula si è diplomato al Liceo Artistico seguendo poi i corsi di Architettura, e nel suo curriculum c’è un dato di tutto rispetto: si è interessato alle sue opere anche Pierre Rosenberg, direttore del Louvre di Parigi e grande esperto d’arte.

Tra le sue numerose mostre vanno ricordate quelle di Palermo, nel 1973 e le numerose esposizioni in anni più recenti nel basso Piemonte (Gavi, Acqui Terme, Casale Monferrato e Voghera, ma non solo) dove ha trasferito la sua attività da quasi vent’anni.

Monica Bottino, il Giornale

 

LA REALTA’ DI SICULA

Dove l’iperrealismo "freddo" degli americani aspira alla illusiva coincidenza dell’immagine rappresentata con l’oggetto, Gaspare Sicula che espone alla "Devoto" percepisce un calore cromaticamente luminoso, del tutto mediterraneo e classico.

Tanto che, se si dovesse indicare, paradossalmente, un’ ascendenza colta o una "maniera psicologica" di accogliere il vero, verrebbe fatto di dire Antonello da Messina, per la luce, o de La Tour. Che poi la sua pittura "lenticolare", estranea alle enunciazioni di molta contemporaneità, sfiori gli effetti del "trompe-l’oeil" potrebbe anche apparire un dato di fatto solo che non si sia pronti a scoprire la vanificazione dell’ipotesi avvertendo lo spirito della plasticità pura che le "nature vive" di Sicula testimoniano evocando, semmai, quello che Bontempelli definì il "realismo magico".

Germano Beringheli, la Repubblica

 

ARTISTI A GENOVA

"Nature vive" è il titolo della personale del pittore Gaspare Sicula: l’esposizione delle opere è in corso presso la galleria d’arte "Devoto".

Gaspare Sicula vive a Tortona: questa è la quarta mostra che l’artista tiene a Genova. Si tratta di una avvincente e seduttiva rassegna di originali, inquietanti, aulenti e incalzanti dipinti, che sorprendono e incantano l’osservatore, per la visionarietà dei soggetti rappresentati, allusivi e palpitanti. Esiti di un realismo aderente, esasperato e panico, pervaso da un’aura metafisica che sollecita riflessioni e meditazioni filosofiche e introspettiche.

Le immagini elaborate da Sicula sono composizioni che abitualmente si definiscono "nature morte": in ogni quadro compaiono due diversi tipi di frutta, tangibilmente veri, per rigore formale, aderenza cromatica, riverbero della luce. Le due forme così illusoriamente tattili, vive, si contrappongono in distinti spazi, separate da simboliche, magiche teche-contenitori, teatrali quinte in prospettive oniriche.

Giannina Scorza, Corriere Mercantile

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