TRE DAME DUE

 

È, e non solo all’apparire, molto più che una ribattuta congettura. Nella sua interezza, prospiciente a se stesso, dopo aver smesso di girare, dà inizio alla sua rivoluzione muta. Adunque, con un canto a fior di pelo, pettinandoli, il canto e il pelo, avanza e rimpalla dal 1807 al ’55 sino a qui con un atto ultimo di coraggio teatrale plaudito a scena aperta, con dei balzi concupiti per cent’anni e ancora cento.

E adesso, tranquillo, miagola il gatto leccando e masticando un sillabare accentato, ingoiando il pelo e il canto.

Per non incappare nel rischio possibile (che sovente, dal freddo gracile e ripido, sicuro di sé procede e travolgendo chi incontra lo induce poi a far proprio ogni dubbio, a tentennare nell’equivoco scialacquando ogni certezza) di trovarsi, senza facoltà di cambiamento, al cospetto di un’iniqua, abbagliante idea fuorviante, conviene dare ascolto e credito alla modulata e struggente voce di un cantore piumato; miagolatore alato audace, a volte pressante, ma, d’altra parte, pur sempre suggestivo nell’allestimento di una rigorosa simmetria dialettica fondata sulla convinzione – che sugge valore e forza nella persistenza di un centellinato consenso – di appartenere a quella razza che non sceglie di stare dalla parte opposta per partito preso, per il piacere di osteggiare chicchessia o per soddisfare un "necessario" spirito di rivalsa, ma per il bisogno di assestare un punto di arrivo continuamente ballerino, per fermare e ripiegare il paletto segna-sogni nell’esatto centro di un ubriaco punto rotatorio. Per questo motivo le sue zampe ibride sono colme di velati onori al merito vocale e susseguenti premi a tutte quelle virtù innate e acquisite che difficile sarebbe classificare e porre in evidenza piena. Ora egli, il gatto, è senz’ali; si è ormai privato di quelle ali che tante e tante volte gli hanno permesso di volare così in alto da uscire da ogni cosa, spiccare da ogni ben piantata evoluzione compiuta talvolta con impeto, talaltra con uno snervante stillicidio formale; da sparire anche dalla coscienza di sé. Non è più un usignolo che pronuncia affilate asserzioni, non scrive con penne d’oca per solleticare cromie ilari ma, ininterrottamente, a suo piacimento dispone del suo tempo, dipinge con la pelle e con la pelle dipinta addita e muove. Ed è l’impronta di sé che ne attesta il passaggio senza ritorno, la stessa traccia che da sotto il colore dichiara il luogo dove pone la sua gagliardia a giacere, il trespolo da cui muove di tutto, da divelto apolide quale varcando la soglia si è presentato, per poter continuare, libero come l’aria, a nuotare in mezzo ai sogni. Facendo capolino dal luogo minimo di queste ondulazioni oniriche, egli, ancora il gatto, calmo dicitore di massime accorate, sostiene che il volto e tutto possono integrarsi alla pura pittura, purché questa sia nettata dal tempo che gradualmente scivola sulle zampe penzole.

Del gatto e dell’artista non debbo negarla l’esistenza, né lo stile di porsi – come li si può spesso vedere attorniati dal luccichio di stelle minime – in piedi, fermi e tenuti a mezz’aria dai loro pensieri girovaghi, prima di procedere per poi all’improvviso fermarsi per l’eternità sopra un ridotto mondo flessibile bianco, quadrangolare e piatto.

Chiuso un borgo nei paesaggi di Raffaello, ne apro mille altri nei telai di Ingres. E’ comico e burbero, è esatto e finto Ingres. Ma quanti e quanti gatti in quei ritratti! Tutti attenti e pronti in fila per essere dischiusi, svelati.

Sono un esteta chirurgo per vocazione e cambio una fisionomia che sento solo di superficie, modifico quell’aspetto che simile a un treno di campagna pieno di gatti che dai finestrini salutano, come se con loro il vero tentasse di fuggire, va in una terra instabile, in profondità melmosa, arranca e scivola su rotaie di zolle sdrucciole. Cambio tutti quei lineamenti che sotto ne hanno altri, protesi e ansiosi sul punto di affiorare.

Poi, d’un tratto, tutto quanto s’illumina di luce felina.

Ritraggo lo sguardo, ritraggo la pelle, avvolgo la pellicola di colore attorno al punto di partenza e ne faccio cartocci di neve; affido alle onde del mare ciò che fu adeguata pittura di un tempo. Le onde sciolgono, diluiscono e disperdono ma giammai annullano; parte per parte ampliano e raggruppando e rinnovando a braccia aperte circondano. Ed è giusto che in cotal modo la sorgiva traccia prenda piede. E’ giusto che nel ricordo s’inzuppi l’aria nuova cremosa di latte. Il ricordo umido, gravido dell’archeologia caprina insistente nell’odore di caseina e nel tatto ma più ancora nella sovrastante struttura pedissequa della storia che di continuo cambia luogo e volando va da altri lidi chiamata. Da qui a quell’accordo consensuale fatto a metà strada ed emerso lieto, certamente ben connotato, il gioco ad incastri è ridotto al minimo accettabile. Questo succede mentre da qualche parte un vandalo scortica affreschi appena restaurati.

Ben definito e terso, tale dev’essere il supporto ligneo o tessuto del nuovo perciò nel tempo valido. Il passaggio dai balzi fitti e sempre opportuni alla verticalità immota, non recherà mai nello sguardo complice, anche quando non si avrà più la costanza e neppure la forza di tenerlo di mira, l’ignavo fardello dell’assuefazione e dell’indifferenza.

Il tempo non è un valore ma uno dei giochi preferiti dagli orologi.

Jacques-Louis o dell’irrisa geometria campestre in ascolto classico di volti irsuti, notturni abitatori, prima ancora dei greci, dei cammini sotterranei e dei solai nelle ville di Palladio. Nato e cresciuto nel rigore "en plein air" valido anche perché nelle sue vene scorre il vecchio e buon sangue della storia, base sulla quale il nuovo germoglia, fiorisce e miagola; non fosse altro che per questo, l’ematocolore, nella fattispecie della pittura, va considerato con la più sincera dedizione, con un potente senso di appartenenza e trapuntato di orgoglio, spolverato nel rispetto di una continuità dagli sviluppi entusiasmanti, solamente quelli e non altri, felici per la coerenza nel cambio della guardia, nel passaggio, energico e deciso, da una mano all’altra, progressivamente tesi verso la forma della bellezza ideale.

Ciò grazie all’accresciuta mole di pensiero già accantonato ora contrapposta, si badi bene, ad uno strato fisico che, pur sottile come un soffio, sempre risulta perfettamente capace di sopportare il peso e l’essenza odorosa a strati alterni dai quali nasce quel mutamento tanto atteso, irrinunciabile e migliorativo.

Dunque ritraendomi e chiudendomi trovo la verità sottintesa, gli occhi e il passo, un moto della vista, un giro di scatto; dai peli dritti il profilo di schiena a singulti, i gesti lenti, gesti di opale cangiante nella lontananza afona, intoccabile, senza brividi di vento. Il mare dagli occhi glauchi langue nella voce di Sirena dai profondi rossi e blu: voce di colore tanto donna quanto gatto. Nenia d’amore di quel mistero dipinto che c’è dove c’era, come biscia di luce nell’otturazione lenta, lunare e ancora e sempre felina.

Da qualche parte sarà possibile ritrovare quelle ali posate sull’adagio sinfonico, i salti dal ponte, il raccoglimento mistico delle tue zampe inclini alle carezze urticanti che bruciando creano come baci di meduse lunari ridotte, in assenza di moto, al nulla-azzurro e all’illanguidimento evocato con forza da quell’inevitabile (perché mai di tal fatta dev’essere?) gelatinosa corrosione propulsiva.

Perdonami se così tanta è la parte dei tuoi sogni che non sarò mai in grado di realizzare!

Nero come nero d’ossa è il mio volto chiuso dai tuoi occhi che ora ritrovo senza i segni incisi e marcati di quei confini dai quali a volte, di rado a dire il vero, accade che sgorghino le tue preziose stesure istoriate. Occhi che ardono vivi nei fuochi d’artificio di luminarie festose. Ricordi di vibrisse infanti. Peli canini, pettirossi canterini e vischio dentro canne vuote. Ulivi d’ombra e di cicale, e di lontano, dopo quella terra vergine, polverosa e priva di passi, il mare e il profumo delle alghe secche. Sui nostri peli intrecciati, e son tanti davvero, adesso, con la calma di chi alla memoria affida la propria futura incorruttibilità, contiamo le battaglie che abbiamo fatto al seguito del vessillo della bellezza.

Bella Dama Falcò! E’ nel salto di quell’abisso da lei incarnato che ho sempre diviso Hayez da Hayez. Nella sua frastagliata silhouette ansimante tanto quanto la libecciata di quel fattore a cui capitava qualche volta persino di arare le onde; armonica e frattale come un notturno fiordo scandinavo che accende il buio e annulla i lumi d’artificio alle spalle di tante comunissime, abitudinarie sagome retrattili per nulla nobili e dalle sembianze apocrife.

Miagola il gatto Ingres in compagnia di Bezzuoli; fa loro eco, risponde e aggiunge la sua anche Hayez, mio caro David. Qui non ci saranno mai né vincitori né vinti ma solo grandi, solitari, a volte smarriti gatti immortali. Sono tra coloro che hanno fermamente voluto infoltire la loro cute già da tempo coperta di peli di gatto.

G.S.

 

L’IRONIA DI SICULA: TRE DAME DUE.

Un grande gioco ad incastri da leggere su piani differenti. Innanzitutto l’ironia, che è anche un omaggio ai grandi maestri come David, Hayez, Ingres e altri. I loro quadri sono "riprodotti" e nello stesso tempo rifiutati: infatti i personaggi femminili mantengono il corpo umano, ma il volto è quello di un gatto. Entra in gioco quindi la metamorfosi come passaggio, trasformazione che diventa tecnicamente contrasto tra la precisione descrittiva dei vestiti e del corpo e la precisione irrealistica dei volti. Alla fine a vincere è il concetto di tempo come riproposta del passato ma anche come modificazione, superamento.

Felice Bonalumi, Avvenire

 

GATTI D’AUTORE

Alla Galleria d’Arte "Il Vicolo" la mostra Tre dame due di Gaspare Sicula, artista siciliano che per l’occasione ha reinterpretato con taglio felino tre noti ritratti a nobildonne firmati David, Ingres, Hayez.

Sette del Corriere della Sera

 

Gaspare Sicula è un pittore che esegue divertenti parodie feline…

Marco Ferrazzoli, Il Borghese

 

FELINI D’AUTORE

Mistero felino. Nobildonne in velluti e pizzi con il volto di un gatto: modelli di grandi artisti, da Hayez a Ingres, sui quali l’autore innesta teste feline. La marchesa D’Adda Falcò da Hayez, madame David da David, madame Devauçay da Ingres ritratte da Gaspare Sicula, 46 anni, nato a Palermo, città dove si è diplomato al liceo artistico. Dal 1983 vive e lavora a Tortona.

La Provincia Pavese

 

IL PITTORE SICULA CON TRE RITRATTI

Gaspare Sicula torna ad esporre dopo una personale nel 1996, presso la Galleria Il Vicolo di Voghera. L’esposizione riguarda tre soli dipinti di medie dimensioni recanti un’impronta del tutto personale. Sono tre ritratti di dame ottocentesche ripresi da famosi artisti Neoclassici europei: i francesi David e Ingres e l’italiano Hayez. L’impianto neoclassico dei tre artisti consente al nostro contemporaneo di raggelare, in una lezione di bella pittura, tre soggetti alquanto strani: dalle nobili vesti ottocentesche spuntano graziosi volti di gatto ad invertire completamente gli intenti originari. Ecco che "Madame David da David", "Madame Devaucay da Ingres" e "La Marchesa D’Adda Falcò da Hayez" diventano figure surreali, pur mantenendo l’alto grado di decoro espresso dagli originali. In questo caso i "d’après" diventano pretesti per una rivisitazione, ironica e divertita, di un periodo pittorico tendente al bello e costruito su di un’abilità ritrattistica quasi fotografica.

Per Gaspare Sicula la pittura è una costruzione che, d’un tratto "s’illumina di luce felina".

Renzo Basora, il Giornale di Voghera

 

LA METAFISICA DI GASPARE SICULA

...Sicula è originale e sontuoso artefice di una inusuale espressività che attinge dalla figurazione realistica, ma è al contempo magicamente surreale, mediata da allegoria ed evocazione. Uno stile che si manifesta come miscellanea di diversi e contraddittori linguaggi visivi. Esiti di una inconfondibile iconografia, che trova assunti e rimandi da estrapolazioni dai momenti, movimenti e percorsi icastici, più significativi ed eclatanti della storia dell’arte.

Il versatile pittore ha tipicizzato il suo fare incentrato in due dissimili filoni contrappunti l’uno da immagini di allegorica visionarietà allusiva e provocatrice, l’altro da spiazzanti e metaforiche "nature morte", silenti composizioni di sola frutta dagli effetti iperrealistici e metafisici.

La prima fase del lavoro di Sicula verte su un intrigante e panico ciclo di ritratto, una panoramica di soggetti ispirati da celeberrimi quadri, capolavori dei più famosi maestri della pittura classica, che egli rivisita rinnovandone pathos e fascinazione. L’artista elabora figure femminili e maschili presentate in vesti ed atteggiamenti d’altri tempi, emblematiche rappresentazioni di importanti personaggi colti in atteggiamenti e pose di maniera, abbigliati con abiti di fogge rinascimentali, barocche, settecentesche, vistosi gioielli in opulente scenografie d’interni. Questi individui creati da Sicula non hanno però volti umani, ma musi di gatti, con acuti, insinuanti, fosforescenti, critici occhi per osservare la realtà e persino quattro orecchie per ascoltare e captare meglio quanto li circonda. Creature che celebrano fierezza ed indipendenza, intrigo e mistero, distacco dal contingente ed immersione nel fantastico. Analogamente le nature morte enfatizzano – nelle forme iperreali di frutti di sorprendente tattilità e veridicità – una interpretazione onirica ed affabulatoria del mondo fenomenico.

Giannina Scorza, Corriere Mercantile

 

…Tuttavia i mici che ospitiamo sono di un genere un po’ particolare perché sono dipinti. Molti grandi pittori hanno amato inserire nei loro quadri figure di animali; quanto ai gatti la loro rappresentazione grafica risale certamente agli antichissimi popoli delle grandi civiltà storiche del bacino del mediterraneo, non ultimi gli Egizi… Oggi con una punta di amabile ironia, Gaspare Sicula, pittore siciliano, ritrae i gatti nei panni di famosi personaggi e celebri Dame come quelle immortalate da pittori ineguagliabili, ad esempio Leonardo e Raffaello. Ecco infatti la Dama con ermellino che sfoggia un enigmatico volto di gatta. Una trasformazione decisamente curiosa… I gatti li lasciamo nelle tele di Gaspare Sicula che con un pizzico di ironia, molta fantasia e grande originalità, li ha sostituiti ai personaggi dei famosi quadri di David, Ingres, Hayez, creando immagini stupefacenti…

Anna Gioia Taucci, Radio 24

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