LA MEMORIA DEL MARE

 

L’idea di entrare in un posto dove comprare delle cose commestibili: frutti! e in questo luogo cercare quelli che i miei occhi naturalmente rifiutavano perché più brutti, ma proprio perché tali, secondo una logica comune, certamente non priva di fondamento, privi di insidie, "non trattati" (che brutta parola!), mi sembrava incomprensibile, inaccettabile. Da bambino, nella mia campagna, calda campagna siciliana, "la campagna della casa dell’eco", dove c’era un pozzo con l’acqua cristallina, e lucertole, e ramarri stesi al caldo, asciutto sole di luglio, avevo a disposizione tutti i tipi di frutta: dalle pere alle mele, dai fichi alle albicocche , alle prugne, pesche, ciliegie (rare), all’uva, ai fichi d’india, alle melagrane, arance, mandarini, proprio di tutto. Ma allora mai mi sarei sognato di andare a raccogliere dall’albero i frutti più brutti, perché, evidentemente, erano i meno buoni; sarebbe stato stupido, rifiutavo la parola "trattato", in quella campagna non esisteva questo pericolo, era bandito l’uso di prodotti nocivi. E così sono cresciuto, mangiando tantissima frutta, raccogliendola direttamente dall’albero in un turbinio di invitanti profumi e di inebrianti colori. Ecco perché comprare un frutto (in un negozio "biologico" terribilmente privo di odori ed emotivamente molto, molto lontano), la cui qualità fosse direttamente proporzionale alla sua bruttezza, mi sembrava una cosa tragicomica, paradossale. Ma paradosso nel paradosso quella bruttezza diventava materia prima, questa volta sì veritiera, genuina della pittura, perché in quei frutti per così dire deformati, la luce si fermava molto più volentieri, e i variopinti difetti diventavano inestimabile ricchezza in una improrogabile commestibilità pittorica. Quindi, nell’estate dell ’87, le dipinsi quelle mele, dapprima rivolgendo le mie attenzioni a complesse costruzioni simboliche che i frutti mi suggerivano, con l’ausilio di svariati elementi che andavano dai tubi spremuti (ne avevo dipinto piatti e bicchieri pieni denominandoli Pranzo d’artista e Parole d’artista) ai fiori come vitali fiammelle, sullo sfondo di cielo e mare azzurri e inzuppati di luce. Poi, riversando il mio interesse esclusivamente ai frutti che via via, rinsecchendosi, si facevano sempre più interessanti negli incredibili, stupefacenti colori e financo in piccoli punti di muffa che fortunatamente rimaneva circoscritta a zone ristrette – che definirei strategiche dal punto di vista dell’armonia cromatica - muffa che, rifiutandosi di intaccare tutta la superficie raggrinzita del frutto, dava ad esso, diventando complemento coloristico che coordinava l’insieme, una straordinaria ricchezza di toni. La mela diventava perciò sempre più commestibile per le mani che insistentemente cercavano di carpirne la vita che sembrava sfuggire, ma invece, facendo un largo giro (che certamente passava per il mare), nel frutto ritornava trasformandosi in prelibatissimo nettare per gli occhi.

Quelle mele e due-tre pere le avevo comperate verso la fine dell ’86 in un negozio poco distante dal mio studio. Minuscole, tanto che alcune mi sembravano prive di polpa, tutte torsoli con la buccia, gialle e rosse con delle macchie qua e là dovute agli insetti, qualche cicatrice, giochi di luce impreziositi da pieghe più o meno profonde. Storte, esageratamente irregolari come se qualcuno le avesse scelte così apposta; d’altra parte prive di quella regolarità e lucentezza che sono i tratti somatici anonimi di un’altra realtà che non mi risultava per nulla attraente. In uno dei tavoli dello studio mi tennero compagnia per alcuni mesi. Vennero alla luce come stupenda materia prima pittorica, dopo avere accusato i primi, evidenti segni di stanchezza caratterizzati da una lenta ma progressiva mummificazione, dal raggrinzirsi della buccia che a poco a poco cambiava colore e in alcuni punti perdeva consistenza. C’erano persino, tra la base delle mele, man mano sempre più appiattita e appiccicosa, e il tavolo, quei mucchietti , come di terra triturata, che si trovano davanti ai buchi attraverso cui formiche dalla volontà di ferro fanno i loro inarrestabili andirivieni. Ma, come se, contente di farlo, si fossero sacrificate per la mia felicità, si presentarono a me in tutta la loro (vitale!), smagliante, appassita bellezza.

Fu quello stesso interesse per un’inderogabile trasformazione, per la vita generata da una vita che sfugge, a spingere il bisogno di pittura verso i contenitori di quadri non ancora manifesti: un tubo di colore era un pezzo di lamiera, tempo addietro di piombo contorto, con qualche cosa in più. Era pittura che generava pittura. Come utilizzare una pagnotta acida per far lievitare altro pane, da questo pane, poi, estrarre una pagnotta per farla inacidire e così via, mi trovai di tanto in tanto a puntualizzare il mio lavoro con tubi attorcigliati che in alcuni casi divennero ancore per bramate, ad un tempo necessarie e travagliate soste.

Quindi quel periodo straordinario, estivo, assolato dei frutti appassiti d’un tratto si chiuse: per colpa (o per merito) di un topo. Ciò avvenne verso la fine di agosto, quando cominciai a mettere le mani ad una tela di notevoli dimensioni che divenne un indice, un quadro riassuntivo, secondo una ricercata costruzione, di quanto in quell’ampio tratto (molto più capiente del tempo effettivamente trascorso) del 1987 avevo dipinto: La grande Isola.

G.S.

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