L’ISOLA

 

Scaturì dalla prima memoria di lunghi viaggi, ma anche dall’altra, più strutturata delle tante e tante barche modellate, negli anni, da onde varie, corte e lunghe, piene d’impeto sul nascere poi messe a tacere da interruzioni di parte nel gorgoglio dei cirri; barche smunte, levigate dalla spuma dei sobbalzi, raspate e piallate da onde infine molli e pesanti, scrostate a destra e a manca dagli approdi traballanti e provvisori in terre inospitali, o meglio,  divenute tali; barche smarrite nel profondo blu, nel “profondo imbalsamato rosso” e argento vivo legato a forza con legni sfatti, Blow-up e tutti i colori di ogni soleggiato deserto, una bella donna e una  voce che ho scordato, quante cose datate! Anche il felino Gattopardo, l’annunciatrice bianca, un uomo assiso e ormai senza voce, Zabriskie Point: tanta polvere e botti sconfitti inutilmente lenti;  un disco di carta bianca, e ancora un altro, le immagini coperte dal freddo e affidate ad una mano che non aveva saputo sorridere ad un futuro scalzo. Anche le mie, mani, fuori tempo, una sola volta, quando disegnai dei gusci di noce in un quadro che, davvero rinsavito,  mai portai a termine. Ho sepolto Friedrich sotto massi di cartapesta, ed elmi unni giganti, archi e frecce,  spade e asce, scudi sbalzati, maschere d’oro; tutto ciò l’ho lasciato ammucchiato sulla spiaggia fangosa e grigia ad aspettare le ultime vestigia di una memoria lontana. Barche, barche consumate, appunto,  dai viaggi, inzuppate di mare, vissute e strizzate come vecchie spugne: stanche di viaggiare. Che potevano riprendere ad esplorare luoghi acuminati  o solitari, a vivere in nuovi luoghi d’acqua, vicini al mare neanche tanto, lontani non più del necessario. Albero del mare, rullante ebbrezza  di salsedine respirata calpestando un cimelio paludoso dopo l’altro; cartoline di tramonti veneti bruciate e adombrate dal sole, secche alghe di fondi di battigia o di sabbia calda di scirocco e mummie di cani sulla spiaggia; e mosche, mosche più mosche, e caldo; dipinsi e disegnai cani e denti, e variopinte colature di peli di cane con pennelli di peli di bue con le mani forzute dei vent’anni, a piedi scalzi sulla spiaggia grande perché vuota,  piena di leggere radici di canne e di vocianti gabbiani, avvoltoi di un deserto di sale candeggiato.

 

I VIAGGI CORTI

Indugiando, forse tanto, forse poco, a volte niente, dopo il mezzodì in alcuni giorni presi a caso, mi separavo da consenzienti case e prati che correvano e sfumavano, si diluivano in confusi alti, molto alti, e bassi, molto bassi, di spirito. Lenti. Mi immergevo, invitando buie profondità marine a risucchiarmi, e in quella nuova, ben trovata dimora, mi facevo cullare da secchi rumori, intermittenti battute di caccia per ruote di metallo su percorsi obbligati, anch’essi di metallo.

I viaggi corti sui quali, arrivando da molto lontano,  allunava una parte dei miei umettati viaggi lunghi.

Conoscevo la strada; nessuno, nessuno, neanche con tutto l’aiuto possibile di un soffice deragliamento rallentato e indolore, avrebbe potuto portarmi ad un altro destino senza il mio consenso, e così dormivo tranquillo in compagnia di pesci abissali dagli occhi illuminati che non sognavano mai.

Spari di legno come incruente fucilate della tenerissima, famosissima battaglia del sughero. Questa continuamente si ripeteva uguale a se stessa, ma con protagonisti e vittime redivive sempre diversi che, nel cadere al suolo, accrescevano la loro vitalità e la capacità di morire ancora una volta, accasciandosi in modo sempre più veritiero. Pistoleri vestiti di nero dall’aria truce: improvvisata maschera forgiata da letture avventurose, tenuta stretta da una spiccata voglia di conquista e suggellata da un’agile e saltellante immaginazione.

Indiani venuti da miniature di quartieri; sentieri di guerra percorsi da gessi colorati volatili che talvolta scavavano in se stessi un solco per agevolare il passaggio di una lacrima di struggimento o di contentezza. Ciottoli-cimeli di Cooper conquistati sparando coi canini proiettili che tornavano indietro per ricaricare un’arma loquace. Bum! Pizzicotti, pani fritti stretti in un morso cannibale. Voci concitate che chiamavano a raccolta i gruppi sparsi, corse, cadute, mani sporche.

Il pomeriggio il gioco ricominciava. Gli stessi gessi variopinti usati per arabeschi estemporanei sopra scarti inerti di drappi stesi sulle onde verdi e gialle: arte infante al vento! E il vento che se ne impossessava la depositava sui prati bucati dal sole: arcobaleno sull’erba. Finita è la tempesta per lucertole e formiche. Danzavano e cantavano e si mordevano la lingua nel dire troppo in fretta che battevano i denti per rendere omaggio al ricordo del freddo. Era il grande freddo del Canada a farle stare, frementi di gioia, l’una accanto all’altra per scaldarsi.

La pulce, con lunghi salti, disegnava nell’aria campate senza piloni e senza cavi, su cui il sospiro di sollievo di un canarino esercitava le sue grandi doti di equilibrista, funambolo nei lunghi ponti aerei. E lì, nell’aria, si addormentava per sciorinare il suo candore color limone da far cadere, nota su nota, rotolando sui bagliori di minuscole lucciole diurne che si spegnevano per annunciare la loro presenza altrove, in campi di battaglia per pronipoti, di quando in quando folletti lillipuziani, saggi e fantasiosi.

Tutto questo la pulce raccoglieva; e ancora mattoni vibranti come armoniche a bocca, materia vivace ma non troppo per città musicali.

Sonoro rimprovero: “Non dovevi tornare così tardi”. In uno stridore, improvviso come un bombardamento a sorpresa sul pendio di una ritirata, un avaro mandriano in divisa astratta marchiava a fuoco mucche gialle, compagne di un viaggio, da buttare alla fine di un giorno di guerra.

 

ALBERO DEL MARE! Alberi del mare su isole di barche. Isole di barche sul mare e alberi sulle isole del mare. Isole di ricordi impigliati nei vicoli della memoria su cui voi, alberi del mare,  avete sparso come chiodi a quattro punte la forza del vostro coraggio inespresso, forza fatta di vita già fossile, che strizza e  tiene fermo quel tempo sangue nero della terra  e ogni futura voglia. Alberi del mare, l’ardire della stasi, la memoria del tempo già sepolto: sudario rosso,  urticante vento sapido e tradito. Isole incrostate di medaglie all’indolenza, al dormiveglia nell’annullamento dei sensi, isole di accumulo nate per nascere senza passato né futuro poste lì ad attestare una forma in più per la pittura dell’eutanasia. Isole buie sotto temporali estremi e dilatati, infinitamente lunghi  da un estremo all’altro. Sotto le pietre il futuro di un tempo senza quiete e  senza moto alcuno. Sopra la sabbia di innumerevoli altre barche distrutte, un’isola picchetto di secchi tratti neri che mai batteranno ciglio. Sopra di essa il nero dell’albero nero, vivo come tale, che domina l’orizzonte. E via così, sopra una delle tante eternità, tirata a lucido e senza senso alcuno.

G.S.

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