LE CONCHIGLIE

 

1988 – 89

Verso la fine dell’anno 1988 ricominciai a dipingere Arance Azzurre. Ma non solo. Ancora arance su cui si riversarono tutti i colori della tavolozza, e che così variopinte si presentarono in tacita compagnia su tavole molto più lunghe che alte. Tutte, alcune sommesse, altre solenni, ordinate in fila con alle spalle il vuoto o il pieno totale che precludeva qualsiasi intrusione più o meno cosciente.

In due o tre dipinti, dietro le arance, quasi nascosto, intravidi allora quel muoversi indeciso e indistinto che di lì a poco avrei cominciato a individuare meglio nell’aria, dapprima in modo ancora confuso, in seguito con i contorni sempre più marcati e puliti, bianchi e lucidi.

Con una scultura quasi perfetta dal valore inestimabile, dai colori sempre uguali e sempre diversi come quelli della terra, intravidi anche le mie mani, frenetiche, a tentare di inseguirla ed acchiapparla.

Un oggetto, una carezza, una casa. Una forma perfettamente compiuta, completa, indipendente, un libro aperto, delicato e mutevole aggregato di volute eccelse. Un contenitore di speranze. Un bene culturale, una goccia fossile, la musica del mare.

Dopo essersi fatta presente e aver preso consistenza, potei vederla a tutto tondo. Di un tondo particolare, a spirale o a raggiera e perciò senza principio né fine: la conchiglia con i manici.

Un modo di possedere la Natura in punta di piedi seguendo itinerari inconsueti, forse, ma consoni ai suoi tempi e ai suoi ritmi. Perché essa è silenziosa quando così deve essere, lenta quando la velocità è uno spreco, esplosiva quando l’improvviso cambiamento di rotta s’impone, superficiale quando la pignoleria non è necessaria e l’attenzione al singolo particolare è fuori luogo, e così via.

Circa un anno prima, su alcune tele, fiori i cui petali erano noci o mandorle, un pennello per gambo, le foglie tubi spremuti, uno chiuso, l’altro aperto. Un museo pieno di mandorle, di conchiglie (i cui primi disegni sono datati febbraio-marzo ’88), tubi, tutto con i manici.

Ancora un altro modo di utilizzare il già fatto, il già vissuto, possederlo portandogli nuovo ciclo, arricchendolo di un uso prima e ancora di un’esperienza dipingendolo.

Più in là, conchiglie sarebbero diventate vasi greci. Vasi greci con storie di Cactus.

Era quello che volevo.

Ma andando avanti le strade tracciate che in modo errato si andavano assestando, mi portarono da una parte a Morandi,  dall’altra a Magritte. Io cercavo altro.

Ero convinto della presenza occulta di vibrazioni di paraventi elastici, che come ostacoli si frapponevano fra me e la pienezza - che tra l’altro ero sicuro di raggiungere – dei risultati, impedendomi di sentire il quadro completamente mio, della mia storia e di nessun altro.

Così, dopo non molto, quel bel giorno della conquista venne: "Eureka! Ho trovato ciò che manca! L’ho trovato! Era ora, finalmente! Devo possedere pienamente, devo tessere, fare mio prima di tutto il supporto su cui sto dipingendo. L’esperienza di vita su cui la pittura si sta dipingendo".

Dipinsi una tela sulla tela.

Cominciai ad intrecciare pennellata con pennellata.

Affiorarono gli arazzi ottenuti con scarti di tessuto e cotone che da bambino avevo visto venire fuori, lentamente, da pesanti e grezzi telai di legno soavemente rumorosi come se fossero pianoforti costruiti apposta per tessere drappi sonori, stoffe pregiate ottenute mettendo insieme ondulati fili di note. Scoprii le coperte di popoli ancora non in odore di usa e non riusa.

Trame e orditi di sarmenti per stuoie sempreverdi. Intrecci di canestre per tessuti dipinti.

Lì, iniziai un nuovo, grande viaggio fatto di conchiglie, uccelli, alberi, paesaggi, barche, conchiglie che diventavano uccelli, donne in balìa alle onde o ferme a guardarle. Tante conchiglie come una pagina scritta. Tante conchiglie come un alfabeto. Conchiglie d’aria, di terra, di mare.

Cominciai a pensare che una roccia o una tela con delle conchiglie non differissero molto da una libreria. Collane di conchiglie come lettere o come pagine di un vocabolario. Non più storie di Cactus, ma conchiglie che illustravano se stesse, la loro memoria e il loro divenire.

In alcuni quadri mi adagiai facendo perdere, cosa che a volte mi piace tanto fare, la mia mano nei capelli, nella pelle di una donna, in un panneggio che ne copriva a metà la bellezza nella bassa luce notturna.

Un minuscolo quadro di partenza, quasi un DNA di questo ciclo. Due spirali, due nastri che non cominciavano e non finivano. Da una parte conchiglie scure multiformi, dall’altra, una sola, chiara, ripetuta all’infinito, che tanto somigliava a quella forma che per qualche anno aveva guidato le strutture compositive dei dipinti, forma ottenuta sovrapponendo due quadrati ruotati e un cerchio.

Dopo, disincantati paesaggi fuori dal tempo, fuori dal mondo, fuori da ogni stagione. Di esclusiva proprietà di una tela dipinta che era di proprietà di una tela che a sua volta era di proprietà di un telaio, che sarebbe stato di proprietà delle mie mani prima, di un muro poi.

Ecco, se l’astrazione ho sfiorato qualche volta, se correndo l’ho toccata, procurando scintille come quelle suscitate da un ferro e un sasso che si urtano a gran velocità, una delle massime scintille è venuta fuori proprio in quei paesaggi.

Quell’astrazione preziosa, l’astrazione senza età, senza correnti né stili; che può essere assorbita dai pori aperti all’occorrenza, inalata, ma solo nell’insieme, come l’odore di un’essenza sublime, da tanti quadri del passato, e che in più occasioni si è tentato di individuare sezionando in varie parti dipinti indivisibili.

Quell’astrazione fatta di immagini che partono dalla realtà, che con essa perdono tutti i contatti per acquisire, a ben guardare, una realtà nuova, a prima vista simile, ma diametralmente opposta a quella di partenza, concreta e fuggevole.

Poi le conchiglie si fecero di tela, di tessuto rosso e bianco. Un drappo raggomitolato assunse l’aspetto di una conchiglia, un nautilus. Quindi, adagiato, si mutò in nudo rosso.

Infine, un filo attorcigliato di un drappo con intenti compositivi di forma e movimento, ingrassamenti e dimagramenti compresi e calcolati, peso ed equilibrio affidati a leggere accentuazioni di colore.

Quindi una certezza: che il Barocco e l’Astratto, respingendosi, finivano per somigliarsi in una obiettiva sovrabbondanza da una parte e in una evidente carenza dall’altra. Perciò si toccavano, come due estremità di un unico filo chiuso ad anello.

Ma era giusto, parlando di una parte notevole della pittura di quel periodo, prendere a prestito la metafora di un filo?

Poteva essere possibile, e se sì, era sì facile e docile individuare un filo con più di due estremità?

Mi veniva in mente, piuttosto, un abbraccio. Ma un abbraccio così forte da risultare inattaccabile, inespugnabile dal tutto in più e dal nulla.

Con queste interrogazioni si chiuse quell’ anno.

In mezzo ai gatti che miagolavano nel mio studio, in una tela iniziata qualche tempo prima, piaceri di mano e di pennelli.

Tra toni neutri e campiture limpide, tra un busto con un sorriso in superficie, ma per me fondamentalmente assorto, e un gatto timoroso che con un guizzo si voltava a guardarmi, il bisogno di dipingere un quadro in ogni sua parte: davanti, dietro, nei lati, sopra, sotto, prima e dopo.

G.S.

 

1990 – 99

La conchiglia prima e tutto il resto poi si appiattiscono e si sfrangiano nel tessuto dipinto (ma conservano la forma e, proprio perché privi della terza dimensione, diventano l’idea dipinta della conchiglia, del pennello, del tubo, del paesaggio e di altro ancora). La tela si lascia attraversare dall’aria, anch'essa di pittura, e diventa immateriale, impregnata di una sapida brezza  vitale che circola e muove le ciglia: tutto con esse nuota nell’immenso spazio-tempo espanso.

Ciglia di protozoi muovono la vita che procede imperterrita anche senza di noi, vita che tante volte si vede solo prestando la massima attenzione, che a occhi distratti sfugge ma sicuramente c’è. C’è stata prima, ci sarà dopo di noi.

Un paesaggio di trame a bande non tende a respirare l’aria confusa di un orizzonte lontano, ma elide il tempo e l’ansia che più volte sono occorsi per raggiungere l’orizzonte e varcarlo.

Nella sovrapposizione istantanea delle distanze la terra e il cielo, circolari nella trasparenza di una trama, sono una cosa sola e carezzati dall’intermittente trasparenza distendono, assorbendo una rallentata dedizione, la lunghezza di ere molto più grandi di noi.

Perché tela dipinta su tela, tela su tela dipinta? Non è un gioco di parole ma un importante punto di arrivo. In questi quadri non c’è più confine tra natura e pittura. Non è più possibile stabilire se è il supporto di tela a sostenere la tela dipinta, o viceversa quest’ultima a far da supporto alla realtà; oppure se nello stesso tempo realtà e finzione (ma è più vera la realtà della natura o quella della pittura? Delle due quale è realtà e quale finzione?) tengono e sono tenute. Pittura e natura si sommano, si fondono. Vivono in un continuo capovolgimento dei ruoli. E questa è la scintilla della vita nel tempo fermo e nell’eternità dell’arte. Un gioco a tre. Di rimandi e di complicità, di emozioni cromatiche, di odori caldi, di verdi odalische che il tempo ha ormai consunto. Ma anche di fossili lontanissimi, privi di odori, nei quali è possibile ravvisare solo la bellezza del colore e della forma, la stratificazione della trama e dell’ordito sedimentate a tratti in età lontane. Cosa è mai la memoria! Straordinaria complicità di una tela che tiene una tela dipinta sulla quale è adagiata una tela rossa e flessuosa: donna e pittura come la donna che l’ha indossata.

L’emersione improvvisa della brocchiglia da un campo colorato è un canto ammaliatore di Sirena, un fruscio di paglia, un orizzonte rosa, un dubbio venuto giù. Un rosso che si ritrae su un nero che ciondola. Due rettangoli di tela separati, uniti dal buio perspicace conoscitore di un connotato che è cambiato.

Un’amicizia indissolubile. Un amore inaspettato che dilaga sull’oro delle cornici, causa effetto e pungolo di unione e di separazione.

Le gocce fossili, adesso patinate di un bel giallo dorato, hanno il loro spazio, finalmente. Chiuso o aperto poco importa, tanto non lo portano indietro. Contenendolo nel minuscolo, lo avvolgono e rimangono ferme lì a respirarlo. Invece, riportano quel che resta di un guardar dell’uno nelle altre in una spirale sonora allungata: il crescendo di un sospiro. Di contro , una nota bassa stenta a capire che allontanarsi non è come aspettare il primo quadro, consumato dagli sforzi compiuti per affermare che è ancora il caso di dipingere uno spazio.

Tutto questo accade includendo preziosa conoscenza aspirata da un impegno improvviso quanto esaltante. Come una luce chiarissima che riesce, sia pure per poco, ad illuminare un giorno di tempesta squarciando un cielo scuro con una saetta che appare, su una strada che immaginiamo già tracciata, e in un rotolante affermativo borbottio scompare.

Collane di tanti fili e tanta storia si svolgono su riverberi frontali e si appiattiscono per riemergere sempre più vere; proprio come se si trovassero davanti all’artefice che da sempre sogna di dar forma a un pensiero prezioso cantando in coro con le gocce del mare.

Quello che poi diventa un duetto accorato, si avvia all’innumerevole proliferazione di strisce che nutrono un colore intrinseco, proiettandolo poi in un filo con una pallina in fondo.

La pallina è un punto, e da questo punto ricomincia a girare in tondo ogni direzione.

G.S.

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