ONDE A DONDOLO

 

La sequenza figurativa di una scultura  “raccontata” deve avere il potere di raggomitolarsi tra aria ferma e burrasca, quiete, fremito. Apparire prorompente in una purissima essenza visiva suscitatrice di suoni sospesi a metà strada tra il canto di una Sirena e il sussurro di un fiore.

Il motivo per cui un monumento prende consistenza non è solo il bisogno evidente di collegamenti storici, ma anche, e prima di tutto, la volontà di catapultare un pensiero e di farlo planare su ondulazioni estetiche.

Ma quanto dista, in fin dei conti, la storia dalla storia dell’arte?

Le piazze d’Italia sono piene di convergenti strutture equestri che fermano con zampe poggiate su erba di bronzo un improbabile movimento, un ancor più improbabile nitrito a testa alta e una sciabola oramai anacronistica sguainata per colpire un nemico che combatte con armi totalmente diverse e di gran lunga più potenti di una lama rutilante.

Ho prolungato il ventaglio dell’azione. La volontà non mi è mancata per far sì che un monumento non si rivelasse cosa effimera, vuoto contenitore di vuoto, covo pensile di piccioni metropolitani divenuti sedentari perché stanchi di viaggiare, ma un racconto vivo, attuale, che richiede compiacimento profondo, partecipazione non fisica senza percorsi obbligati il più delle volte inutili passeggiate all’interno del nulla; senza sbarramenti, non solo acustici, atti ad impedire il dolce canto della pura bellezza.

Il mio è un racconto di colori aereo, ad un tempo assai semplice e totalmente compiuto per la grandezza senza età che lo ispira, linfa stretta e salmastra.

Appallottolandosi, giravolte su circumnavigazioni si sono avviate con gioiosa disinvoltura per raggiungere l’acqua, e con le nuvole, distese su crude insicurezze oramai sopite in una memoria che fu, hanno ripreso un cammino privo di tentennamenti.

Io, cantastorie di ogni dì in una terra magica né lontana né vicina, ad ogni piè sospinto non perdo occasioni, attirandole a me come se fossero di paglia, non fuochi ma incendi lavici per impronte indelebili, reperti che verranno. Tra i Paladini di Francia per un novello eroe rinvigorito in una più moderna versione di imprese uniche, in una fantasia di quartiere, in una strada chiamata per nome oppure in un passo, mi piaceva raccontare di un grande uomo. Ordunque l’ho fatto.

Penso di essere riuscito a non cadere nei filari tortuosi e melliflui della retorica. Sentieri oppure viali stucchevoli, reali, su cui un tema così impegnativo, ed è più di una ragionevole parvenza, non mimetizza e chiude ma spalanca infinite trappole.

Così mi sono girato e per qualche mese sono stato corpo incorporeo in un viaggio esaltante fuori dalla normale sequenza del tempo tra la storia e un’imberbe e distratta estetica. Processo in parte irreversibile giacché ciò che in memoria si accatasta in memoria si cementa, sedimento per nuova portanza si spera affatto diversa.

Per mezzo della pittura, della scultura, del disegno, sono diventato una staffetta circolare ma non ambigua che si è mossa contemporaneamente in due territori diversi. Confini invisibili mi hanno accolto guerriero acrobata dandomi il permesso di scorgere

anche da lontano, e quindi di sorvolare, la banalità, per arrivare alla vera sostanza, sentita, provocante quanto bastava a non permettere all’occhio di allontanarsi e di adagiarsi sulle uniformi distese dell’indifferenza.

Lungo un collegamento elastico che poteva essere dilatato a dismisura, che per contro poteva ritirarsi tanto da ridurre in un sol punto due estremità in apparenza lontane, contrazioni e rilassamenti. Su queste pulsazioni che affermavano a gran voce la loro vitalità, io, cavalluccio funambolo, mi sono “spontaneamente invitato” ad eseguire, ancora una volta con una mimica parsimoniosa, stupore e contentezza.

Chissà cosa pensa un cavallo di cuoio mentre guarda un cavallo a dondolo che si culla per mezzo di un impasto di segatura e frammenti di legno, rami secchi sminuzzati, briciole di foglie, spago e colla, e sta per fermarsi su un cavalletto a dondolo?

Forse alla tenera e malinconica intesa tra il piccolo dondolo che fa capolino da una ruota che si schiude e un cavalluccio marino che, essendosi privato appena in tempo di un’identità ben precisa, o meglio avendo come suo “essere in un luogo” la somma corpulenta di un insieme concitato di identità fiere e imprescindibili, mentre si culla sulle onde che scorrono su un cavalletto non bagnato, trova, dopo averlo cercato affannosamente per mare ma anche per terra, il magico facitore di rallentati movimenti curvilinei che aveva assistito, non visto, alla perdita di se stesso.

Dopo la caduta di una ruota mi ritrovo circondato da un insieme pressoché infinito di dondoli. Più o meno grandi e più o meno piccoli; alcuni cosparsi di un pallido rosso, altri polverosi che quel colore stavano per abbandonare o avevano abbandonato in una spoglia memoria del mare. E il granello più piccolo? Quanto è piccolo il granello più piccolo? E cos’è?

La mancata formulazione della domanda dà la risposta. E se ruota all’occorrenza sarà dondolo, se dondolo ruota.

G.S.

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