CAVALLI A DONDOLO III

 

Più che la traccia di un pensiero felino e ben tornito; più che la traccia di un passaggio breve. E, soprattutto, il corpo di tutto, anche del pensiero, del dondolio genitore e carezza della vita.

Ciò è avvenuto, avvenne e avviene sopra supporti, stavolta polittici, trovati per caso con grande meraviglia per le straordinarie proporzioni  (sicuramente non volute - anzi soffocate dalla funzione -  per il fine verso cui poi io le ho dirette dopo il primo stordimento e l’inebriante approccio), per le forme utili e belle, molto più di quelle studiate e usate in passato come contenitori di elaborate ripetizioni, accumuli di contigui ma distinti e smarriti settori dalle qualità mediocri nel medio mare che, incurante di tutto, rimbalza di colonna in colonna; molto più nuovi e coerenti di tutte quelle parti mielose e tarlate, separate e incomunicabili, accostate secondo smunte regole, sempre e scioccamente ascensionali, tramandate con la falsa gioia della scoperta di cose in realtà già vecchie di secoli e dal sapore monocorde stantio. Molto più di quei dipinti, più o meno uguali e misurabili a tonnellate, da sempre privi dell’impennata vitale della sorpresa. I miei polittici, invece, hanno dimensioni contenute e contenevano tutt’altro prima di diventare tali. Sono opere d’arte che avvolgono nel tempo lo spazio e viceversa; i miei polittici sono leggeri, non hanno ali e volano di pensiero in pensiero, da un’era all’altra. Sono sedimenti trasparenti senza il peso di qualsivoglia anima e transenne mentali dai tempi ridicoli nell’eternità del cosmo.

Ad oggi quanto tempo è passato da quando sono nati? Un lustro, dieci anni, venti, venti milioni di anni? Quanti anni compie oggi il vento che ha cullato l’erba del Cretacico? In quali di questi anni sono collocate quelle passeggiate senza attese gloriose, d’estate e d’inverno, col sole e con la pioggia, nel silenzio, negli ampi corridoi, tra le vetrine e le teche con quegli impagabili gioielli di ossi e forme vive, di una vita scomparsa, solo in parte, da tanto di quel tempo che è persino difficile riuscire ad immaginarlo.

Ma quanta parte del mio corpo ha dialogato anche coi rettili e gli insetti che accompagnavano i dinosauri nelle loro migrazioni, a bordo di erranti zolle galleggianti, sino all’ultima di esse? Amo questo luogo di voci silenti che non avevano eternità da conquistare e custodire fuorché quella che  in essi adesso sta, imprescindibile dalla forma.

Superlativi  spiccioli di materia queste “ opere della mano dell’uomo” dell’artista Feliscatus: nella carta e nel cartone, nel legno e nella tempera c’è un viavai di ombre ferme nell’ondondolio latente, un polittico ateo, c’è la terra fragorosa e scarna, l’erba stampata, gli animali stiacciati, le corolle di calcare, l’embrione della creazione, l’armonia dei lunghissimi tempi della natura senza coscienza di sé, la geometria dell’infinito senza dei e il moto delle onde che ha dato colore ad ogni glaciazione.

G.S.

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