TAVOLOZZA, TAVOLOZZA!

 

Dopo la pittura e la scultura che come tali, nel 1990, avevano tratto la loro maggiore affermazione dalla negazione, la presenza dall’assenza, la prestanza dall’impotenza e dall’ambigua duttilità del valore lirico del segno, l’anno seguente,  avvicendati ai modi lenti per quella pittura e quella scultura usati (quei modi straziati sottocute,  tumultuosi sotto l’apparente stasi, della nascita per ogni dove di qualsivoglia forma e della pace ultima dei sensi sparsi e persi, che  avevano riempito,  a loro modo, svuotandolo cioè di tutto il resto, l’anno dei Dondoli e delle Arance di terracotta dipinta), nel ’91, dicevo, forti e silenti, ma anche sottovoce, a volte pacati, altre stridenti, in una agitazione costretta, udii gli insistenti suoni ultravioletti di una corsa, di una rincorsa infrarossa, del bisogno, in un blu tranquillo dalla memoria lancinante, di un ritorno, a qualsiasi condizione, sia pure temporaneo e per certi versi effimero, alla pittura: questa Musa e Nausicaa arcana e nemica mi bruciava dentro cibandosi, con un intenso odore cannibale e terribile, del mio torace curvo e capiente quanto mille albe di speranze negate. Venne fuori la necessità di ricomporre i resti della tavolozza – simbolo dalle belle fogge, e solo quello, perché, ritenendola quanto mai scomoda,  non l’ho mai utilizzata per dipingere– già rifiutata e spezzata, i pezzi di un telaio già divelto. E mutarne  il senso attinto, alla tavolozza, di nuovo capovolta e con muto assenso nella somma indifferenza  appaiata, da strumento negato e distrutto, reso immacolato e sterile,  divenuto reperto, nel ridotto affetto, al servizio di altre forme, a indiscussa protagonista di un percorso di sola andata, senza fremiti e senza sorriso alcuno. Tavolozza che coi fumetti (mi piaceva leggerli, un bel po' di anni fa, e lo facevo anche al lume di candela, giocando con le ombre della grana della carta che si allungavano sulle espressioni esagerate e sulla grafia risonante delle parole) parlava una lingua muta che volevo a tutti i costi provare ancora a sentire. Quindi dal sonno filosofico dei Dondoli, dalla quiete assoluta, dall’assenza dell’anima dei fossili – per tutto il 1990 gli unici musei che mi veniva spontaneo frequentare  erano quelli di Storia Naturale, tanto lontani nel tempo da risultare privo di senso qualsiasi coinvolgimento emotivo che non fosse l’estasi per la pura forma, nella quale il fatto che in un’epoca remota ci fosse stata vita era una cosa del tutto trascurabile – alla dolce malinconia, all’inquietudine del sogno vero, agli orizzonti scuri, evocativi, al mare di Böcklin e Magritte (volevo tanto una totale riappacificazione con Magritte).  Il ritorno alla pittura in un mare calmo dipinto, l’affetto ritrovato per gli  strumenti già divenuti  inservibili per l’uso per il quale erano stati creati; un desiderio forte, rabbioso e al contempo contenuto, diluito nell’acqua appena increspata del mare.  Le difficoltà enormi. Qualcosa era irreparabilmente scomparso, perduto per sempre. Io ero cambiato.

E ancora una volta il mare come luogo. Mare di sogni luminosi e grigi, di colori lontani che a volte hanno in sé una potenza tale da far deglutire una vita intera; e la  luce della notte che da ragazzo tanto amavo (uno dei quadri di cui mi innamorai, e a cui tuttora penso come pittura che è uguale a vita, stagioni e ore sovrapposte, tempo fermo lontano ma attaccato alle dita, memoria, malinconia e gioia, è Un uomo e una donna al chiaro di luna di Friedrich). Le tavolozze di allora erano isole di pittura che emergevano e viaggiavano, volti muti di pittura come di pesci che boccheggiavano in sogno, che mai avrebbero potuto parlare, e se un giorno al prezzo di un’estenuante fatica fossero riusciti a farlo, questo allarmato ultimo suono si sarebbe sciolto nel sonno lento dell’acqua, morbida come gomma dai buchi arenati appena impossibili,  scura come l’asfalto furtivamente aperto dal sole claudicante sul filo di lana dei temporali che premono, giù, giù verso la fine di agosto, sull’urlo di una zampa calpestata.

G.S.

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