ARANCE E PAESAGGIO PADANO, MARINO, GLACIALE

 

"I limoni ce l’hanno con me". Questa frase, questo non sense, inquadrano meglio d’ogni ragionamento critico Gaspare Sicula, un pittore siciliano che con una sola mostra sta conquistando Milano. E’ importante conoscere non solo la sua pittura ma anche la sua personalità.

Sicula appartiene ancora alla genìa (in estinzione) dei sognatori, di coloro che nella pittura cercano la realizzazione dei grandi misteri della vita. Prima di trovare una collocazione al Nord, ha girato l’Europa deluso dall’insegnamento accademico: ma dei suoi studi di architettura qualcosa è rimasto sulle tele.

Torniamo ai limoni, che come sapete sono un elemento portante di tutta la mitologia siciliana. Dopo una notte insonne, questo giovane artista che ha poco più di trent’anni, cominciò a immaginare un quadro in cui Nord e Sud, nebbia e limoni, potessero coesistere. "La nebbia riuscivo a trasformarla in elemento pittorico" racconta "la nebbia che non è proprio una materia palpabile; ma i limoni no, i limoni mi si dimostrarono subito ostili".

Questo contrasto, nel momento in cui scriviamo, non è ancora sanato; e tutto fa pensare che durerà a lungo. Però è anche in questo tipo di dialettica che si rivela la personalità d’un vero pittore. Chi non s’accontenta del facile deve "combattere" contro vari ostacoli. Giustamente Ugo Ojetti elogiava, nelle sue critiche degli Anni Trenta, "l’antigrazioso". Bisogna ricordarsi di questo atteggiamento quando si visitano mostre che vogliono uscire dall’equivoco fin troppo facile del paesaggio o del ritrattino…

Le opere di Gaspare Sicula "raccontano" non solo il presente ma anche il passato. Tutte le civiltà che hanno fatto avanzare l’uomo, dai Fenici in poi, "passano" sulle sue tele, con un’onda piena che porta molte suggestioni. Basta a dimostrarlo quel drappo rosso, mollemente ondulato, che accende l’opera più significativa di questa mostra.

Di lui si parla e si parlerà molto. E’ insomma un artista su cui anche il grande collezionismo può puntare. Ma Gaspare non è tranquillo. Lo sarà soltanto quando – fra un mese, fra un anno – la nebbia e i limoni si saranno finalmente riconciliati.

Questo è ciò che Ignazio Mormino scriveva quattro anni fa, nel 1987.

Quanta ebbrezza e quante conquiste in tutta la pittura e in tutta la scultura che nel lungo periodo venuto dopo sono passate dalle mie mani!

Adesso sono riuscito a capire e ad assorbire appieno, a possedere i sentimenti e le aspettative di un insieme, a sprofondare e nuotare in un’aria umida e in un colore arso.

Io, amalgama invisibile di due irrequieti danzatori, sobillatori di poesia frenata e compatta, poesia d’attrito, dolente prima ancora di cominciare a sentirla, come acquolina in bocca.

Impertinenti attori provetti. Litigiosi a non finire.

Instancabili cercatori di quiete aurifera.

Già, il limone e la nebbia. L’arancia e la nebbia. Ancora più difficile. Ancora più complicato, più sfuggente ma più stimolante.

L’arancia e le sue rughe ancora aperte, i suoi pori memori di lotte furibonde con la sabbia del deserto. Roccia fusa ormai fredda che in sé serba come un tesoro che la identifica più d’ogni altro connotato, il colore infuocato che mai smette di abitarla. Visi tutti diversi l’uno dall’altro. Mimiche dure, colossali, della storia o misconosciute per umile e coriacea scelta, riservata indipendenza; piccole ma mai anonime.

Ordinate in fila o solitarie, in spirali contratte tenute insieme da una volontà decisa di nobili origini.

Finzioni mansuete, orgogliose, in rari casi irascibili, quasi sempre a sproposito. L’arancia assetata che assorbe, leggera come una spugna stesa al sole, friabile, che si sbriciola per ricomporsi in un mosaico organico che fiorisce accrescendosi.

La nebbia ritaglia i paesaggi in sagome di colori degradanti, in una scala di toni che scandisce e ribadisce le distanze.

Ma questa è solo apparenza. L’epidermide della realtà, dettata dalla diplomazia e dall’etichetta di uno sguardo superficiale e distratto che la misura e la programma. C’è qualcosa di tragico che accomuna la nebbia e il caldo grigio, soffocante, di una conca siciliana, brulla e solitaria, nel bel mezzo di una giornata di scirocco. Un forte sapore di miraggio nell’acqua minutissima che frigge a causa di docili inganni prima che degli occhi di un blando pensiero romantico.

Un concitato colloquio a denti stretti tra la pittura e il disegno mi ha permesso di vedere dove altre volte avevo intravisto.

Nella nebbia tocco tutto il visibile che è sullo stesso piano.

Ho uguale intensità di contatto con ciò che è vicino e ciò che è lontano. Allungo una mano e tocco una goccia che ne tocca un’altra. E questa ne tocca un’altra e poi un’altra ancora, tutte strette per il freddo che forse solo per orgoglio non viene accusato.

Il mio respiro lambisce l’ultimo albero, l’ultimo debole riverbero di una luce perennemente autunnale. Diventa nebbia. Si confonde, si disperde, fa parte di essa, ne faccio parte anch’io. Mi insinuo dolcemente tra le foglie, tra i fili d’erba, tra soffuse palpitazioni tonali.

Sono senza peso e senza dimensione. E’ un cuore che carezza i suoi battiti il vocio lento e muto tra una distanza maestosa ed eterea, amplificata da un chiarore sempre più aperto, e la certezza di essere in un posto dove, nel silenzio, ogni distanza si annulla.

E gli alberi, linfa insostituibile per una vitalità sgomenta. Per un’attesa sospesa, infinita. I capricci suadenti di un motore aulico producono espressioni di volta in volta diverse, interrogate e interroganti. Il continuo bussare ad intermittenza, l’andirivieni di rimandi, i versi illustrati a labbra serrate, l’incessante battibecco un po’ a poppa un po’ a prora di spintoni cromatici, rendono l’arancia e la nebbia l’una uguale all’altra e suo complemento.

E il quadro, per fortuna, si afferma come una barriera che dilata il pelo d’acqua di una realtà sferica, proprio come un ostacolo ripete tante volte una voce che lo chiama per nome.

G.S.

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