L’UVA PASSA E VA

 

Non mi piaceva andare in quella casa di campagna. Non mi piaceva andare a passarci l’estate; la breve, brevissima estate piemontese. Non mi piaceva neanche andarci nei mesi autunnali, mesi di odore di stufa a legna e di basse canne fumarie; di nebbia davvero grigia, sorda, fatta di lacrimose gocce di malinconia. Nel luogo in cui si trovava, e tuttora si trova, quella casa, non dimora la nebbia colorata e luminosa tanto cara alle mie dita e ai miei sospiri romantici, densa eppur tersa come i silenzi di Friedrich. Men che meno mi piaceva fermare i miei passi sul freddo, deserto fango dei mesi invernali, calcare le orme su quella neve bianchissima e lontana che mai e poi mai avrebbe potuto ricordarmi le calde granite di quella terrazza dalla quale, con un po’ di buona volontà, stendendo le braccia si poteva toccare il mare, granite tanto rare, distanti più di un decennio l’una dall’altra, quanto indelebili e chiarissime seppur catalogate, archiviate e coperte di gradevole odore di polvere, come di vecchio libro d’arte raccolto a fascicoli; sistemate, come i chiari di luna estivi siciliani, nei recessi di un’altra vita. Così rare, quelle nevicate di manna per il cuore, da farci stare quasi quelle di tre vite tra le dita di una mano. Della mia mano, oggi non più ferma come invece lo è in quel lontano luogo della memoria algido e assolato insieme. Ancor più raro il bisogno di chiamarne a raccolta i ricordi, di quelle nevicate fragorose di brusìo e di sgomento. Come il ricordo di massicci pezzi triangolari di gelato al torrone dal sapore di frutta candita e di friabile pan di Spagna inzuppato, o dei tappi delle bottiglie di spumante da rincorrere sotto i tavoli delle sale di sposalizi canterini (in un bel racconto, disegnato anche molto bene, un’invasione di tappi causata da Paperon de’ Paperoni crea lo scompiglio in un tranquillo paese orientale di alta montagna). Quei ricordi che si chiamano a raccolta solo eccezionalmente per non sminuirne la consistenza, e ai quali si chiede di fioccare d’improvviso e senza suono alcuno sui nostri sentimenti per fare in modo di non svegliarli, per far sì che sia possibile ricevere ogni gioia senza toccarli più di tanto, come l’ansia che proviene da un sogno già vissuto nel sonno e quanto mai vivo al momento del risveglio.

Era, quella, una casa di campagna in collina, dove l’aria è più fine ma il caldo più restio e il freddo più spavaldo e precoce. Non mi andava l’idea di dover dormire d’estate con la coperta. Quell’estate che appena arrivava dovevi già rincorrere perché faceva di tutto per sparire prima che cominciassi ad assaporarla per come si deve, ancor prima che la pelle mostrasse i primi bruniti e disordinati segni - da ostentare con orgoglio e rimpianto nelle segrete delle maglie autunnali - dell’avvenuto, folgorante passaggio. Io, d’estate, voglio sudare, morire dal caldo, stare a torso nudo, camminare scalzo, sentire le mosche che mi ronzano attorno, stendermi al sole come le lucertole. Non mi andava l’idea di scendere un paio di scalini per entrare in casa. Entrare in casa significa salire o, quanto meno, rimanere ad un livello uguale a quello che c’è esternamente. Il piano terreno di quell’edificio, che ancora oggi, nei piani superiori, è grezzo, non era di mia proprietà; ma l’avevo fatto mettere a posto tra la fine del 1990 e i primi mesi del ’91. Nell’estate dell’anno precedente, al primo piano di una casa distante da quella poche decine di metri, erano nati alcuni dei quadri fondamentali del ciclo delle Conchiglie.

Nell’agosto del 1992 cominciai a dipingere a olio su cartone - mettendomi a sedere all’aperto, in mezzo ad una strada acciottolata e chiusa (per modo di dire) da un pesante cancello sempre aperto - quadri di media grandezza, quasi sempre con due elementi: una conchiglia e un frutto, un frutto e un ceppo, oppure due frutti. Quel breve tratto di strada su cui si apriva la porta di casa, diventato un improvvisato studio "en plein air", proseguiva per un po’ per poi girare ed espandersi, dopo una malmessa discesa, in un ampio cortile dove andavo a riordinare le idee, facendo spaziare lo sguardo dal cimitero del paese, poco distante, giù sino all’orizzonte, di solito indefinito a causa dell’umidità, e, nelle sporadiche giornate secche, sino ai picchi bianchi delle Alpi che con decisione sbarravano lo sguardo per evitare che un desiderio, prima sofferto, poi sopito, dopo un lancinante risveglio andasse a distendersi sugli allegri lidi francesi. Da sempre ho la certezza che morirò in Francia, non riesco ad individuare bene il richiamo che da quella terra mi proviene; so che c’è perché lo sento, a volte piuttosto forte. E lì, tra i Galli, verrò sepolto.

In quei quadri, eseguiti con una pennellata veloce e spessa, tale da non dover richiedere durante l’esecuzione un eccessivo impegno per gli occhi, uno dei due elementi era quasi sempre lo stesso grappolo d’uva che aveva affermato, chiaramente, la supremazia sugli altri diventati occasionali componenti. Un piccolo grappolo dalla dimensione minuscola ma dalla corposa sodezza staccatosi accidentalmente da un grappolo più grande, a sua volta staccato da un pergolato pieno di pendenti - ad una visione di massima "insignificanti" (poi chissà?) - grappoli d’uva, promessi rotolanti danzatori, nella breve vita di una farfalla, su una tavola imbandita. I dipinti erano risolti dapprima su un unico piano orizzontale, poi, per fare in modo di accentuare al massimo la straordinaria prestanza formale di quell’insieme molto ben organizzato di pochi acini, disponendo il grappolo su piani inclinati.

Qualche passante, mosso da curiosità, mi chiedeva, disapprovando la mia "incomprensibile" scelta, secondo quale criterio, davanti a cotanta abbondanza e varietà di grappoli, l’attenzione venisse da me rivolta, con così acuto fervore, a quello che con molta probabilità ai suoi occhi doveva apparire come uno striminzito aborto di frammento. Come mai, pur essendo i miei occhi circondati da tanti "bei" grappoli dall’aspetto invitante, avessi preso di mira, trascurando tutto il resto, qualcosa che a malapena si vedeva. Perché mai, invece, mi chiedevo io, la gente non sa vedere? Perché, in linea di massima, la gente non sa andare al di là, anche di un pelo, di ciò che uno sguardo creduto attento stabilisce essere l’unico dispiegamento ottico possibile?

Fatto di pochi acini, non più di una decina, quel grappolo aveva in sé una rotazione a spirale - che partendo dall’acino più in basso arrivava sino al picciolo - talmente plastica ed evidente da ricordare con forza i più grandi dipinti che su tale impianto geometrico fondano buona parte della loro inestimabile bellezza. E proprio partendo da questo movimento intrinseco che lo faceva ascendere ruotando come un’elica, cominciai a disporlo in uno spazio che in un certo qual modo doveva mettere in gioco la propria disponibilità alla collaborazione. Uno spazio, nelle poche e asciutte forme e nei colori contrastati e accesi, nettamente scandito da due bande luminosissime, dove anche le ombre emettevano luce in mezzo a strani equilibri, grandi tensioni. Adagiato su ceppi-caraffe o affiancato ad essi, contenitori catalizzatori, questi ultimi, depositari, privilegiati dai percorsi obbligati, dell’energia vitale rotatoria che, provenendo dal grappolo, tendeva a disperdersi al di là dei limiti del quadro. Compito, quello di cardine delle linee di forza, in un dipinto - snodo stilistico di arrivo e di avvio - egregiamente affidato al prominente, bianchissimo piano di appoggio inclinato, facitore di un precario equilibrio, di  movimenti tettonici formali: uno aspro e improvviso di sollevamento, un altro di avviluppata resistenza alla conseguente spinta discensionale; infine la corsa verso il basso, apportata da un’ardita euforia per l’incognito, rinsavita da una fila ben piantata di acini con le dimensioni minime e pigiati uno contro l’altro per una maggiore capacità di leva. E mentre lavoravo il ripetersi visivo ad intermittenza di un secco movimento tellurico faceva sobbalzare i chicchi come i capezzoli di una donna in corsa. Cosicché il piccolo grappolo era riuscito, in quel supporto di cartone totalmente preso dalla voglia di partecipazione, tanto da sembrare fisicamente coinvolto in una tesissima rotazione a spirale, a bloccare per l’eternità l’inesorabile corsa verso una caduta.

Tra settembre e ottobre la mostra sulle Conchiglie a Palazzo Robellini. Una parte di quei quadri, con altri che ad Acqui Terme non erano presenti, li avevo esposti nel 1989 a Milano. Ma la mostra del 1992 risultava più completa; accompagnata da un catalogo - che per quella di Milano mancava – includeva, tutte dedicate, appunto, al ciclo delle Conchiglie, opere eseguite dal 1989 al 1991.

In prosecuzione e ampliamento di questo ciclo, già vasto, sempre in campagna vennero fuori, tra ottobre e novembre, alcuni dipinti molto sentiti, ma a dire il vero un po’ cupi, direi invernali e notturni col nitore improvviso di un lampo rosso acceso sulla immobilità di donne vaganti, a testa alta e occhi chiusi, su di un ondulato velo d’acqua riccia e bruna. Quindi, verso la metà di novembre, mi trasferii in città e per qualche mese non tornai più nella casa di campagna.

Vi misi di nuovo piede in febbraio per prendere dei tubi o dei barattoli di colore. Aperta la porta, varcai la soglia ed entrai in un freddo glaciale, talmente intenso da riuscire a bagnare anche la parte più protetta del mio più piccolo osso. Ma quale non fu la mia sorpresa nel ritrovare il grappolo, così importante verso la fine dell’estate precedente ma oramai non più presente nei miei pensieri pittorici e di cui ero sicuro che non esistesse più traccia. E invece era lì, sul davanzale della finestra che dava verso il cortile interno, posato esattamente dove l’avevo lasciato, accanto a un ceppo somigliante alla Nike di Samotracia e che in ottobre avevo dipinto a mo’ di Nudo rosso. I chicchi e il picciolo si erano asciugati, irrigidendosi il picciolo, appassendo, ma non del tutto, i chicchi che al contempo si erano arricchiti di mille colori nelle increspature delle forme. E da questo variopinto silenzio, piacevole ancor più perché inaspettato, il grappolo di qualche mese prima, adesso per davvero altra cosa, mi scrutava, interrogava la mia sorpresa; assentiva con me, mi chiamava. Tornai di colpo a sei anni prima: a quella caldissima estate dell’87. L’estate dei fiori gialli e dei frutti appassiti, mele e pere nell’infuocato studio di città bagnato dal sole. Presi con grande cura, prestando la massima attenzione per non far staccare gli acini, quello che era rimasto del grappolo, lo portai a casa e per due mesi ne seguii il lento accasciamento, il decadimento dei colori verso tinte più gravi e toni sempre più bassi, cupi e diretti all’uniformità buia. Tutto ciò lo documentai, da insensibile anatomista-chirurgo della vita vissuta, in alcuni quadri, quasi tutti dal fondo neutro inesorabilmente bianco. Solo in due dipinti il grappolo venne riassorbito da qualcosa che ne richiedeva la storia e lo voleva per sé; qualche cosa di tumultuoso e insistente, un suono molto acuto, sotto certi aspetti minaccioso e temporalesco, che stava sospeso a metà strada tra la terra e il cielo. Ma allora, mi trovavo già in primavera inoltrata e il risveglio che tutt’attorno mi sorrideva, mi spinse a dirigere, in una rinnovata vitalità, i miei interessi altrove.

L’anno dopo esposi ventitre quadri, il cammino pittorico di un’avventura durata otto mesi, negli alti e spogli muri delle Cisterne di S. Maria di Castello a Genova. Di fronte al mare, dirimpetto alla mia terra. Nessun luogo poteva essere più adatto.

G.S.

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