MY WORLD

 

Sento di essere greco, arabo, normanno, spagnolo e forse anche siciliano.

Ho dieci mani, dieci braccia, dieci teste, e vivo chiuso in un’arancia che è dentro una conchiglia racchiusa in uno scoglio che ho gettato in fondo al mare.

Ci sentiamo col pensiero e ogni tanto ci incontriamo a metà strada nell’aria. Trasportati dalla salsedine, quando la stanchezza sopravviene, naufraghiamo.

Parlo coi cactus, mi muovo tra gli alberi, soffio sulle nuvole, mi lascio cullare dalla brezza marina.

La vela cade e l’albero fiorisce. La vela copre la barca che diventa isola.

Selinunte, la pietre, la Torre di Babele, Gaudì.

Il Seppellimento di Santa Lucia e tutte le ossa vibrano. La pelle, le mani, i desideri, gli spiragli aperti dall’incanto vibrano.

La pittura, la scultura, le onde a dondolo.

La terracotta, la cera, il bronzo, pezzi di legno, pezzi di cornice, segatura, gesso, drappi, ferro, colori, carta, cartoni, pavimenti, muri, soffitto, finestre, caldo, freddo, polvere.

E mi cullo.

I fichidindia bisogna raccoglierli di mattina perché la rugiada ammansisce le spine, lo scirocco le irrita.

Il compensato lucido riflette i cieli traslucidi delle arance.

La sabbia si insinua nei pori degli agrumi, il succo bagna la terra. Adesso può crescere un filo d’erba. La donna dalla pelle infinitamente morbida sorride alla rudezza di Cactus.

Una piccola luce negli alberi dove i tronchi muovono le braccia verso il cielo.

Il Museo Archeologico di Pegli.

Una giornata di pioggia, un parco in salita, il mare, il gesso della mia mano destra.

Le ricchezze da portare con sé: un po’ di terra ocra, un po’ di terra rossa, una collana di conchiglie.

Il Museo Egizio di Torino.

Il forte odore di biblioteca, di scolaresche, e tanta bellezza.

Ho posseduto una conchiglia con un manico. Ho tessuto una tela che ha accolto dolcemente la conchiglia su cui ho dipinto degli esseri d’India.

Ho messo le ali alla conchiglia ed è volata via.

Mi è rimasto un vaso greco vuoto da riempire di terra e d’acqua di mare per piantarvi dei fiori su cui si poseranno degli insetti.

E dipingerò tante farfalle che ondeggiano sui fiori e sulle loro zampe gialle.

Un’agave e un sasso parlano sul far della sera adagiati sulla Pianura Padana.

I limoni e la nebbia. Il limone aspro, la nebbia dolce; il limone giallo, la nebbia? Dicono grigia. Ma no!

Il drappo diventa nautilus e si sdraia su un mare bucato.

Solo un filo di un drappo su un drappo.

Cieli grigi e null’altro.

Con tanta forza dentro e stanchezza da sedersi per scoprire i voli delle immagini prive di lineamenti netti.

Gatti.

Contro Magritte.

Tutte le cose al loro giusto posto. Le pietre in terra, le nuvole in cielo.

Con Magritte.

Ogni cosa fuori dal suo posto. Grandi ali a desideri, pensieri, sogni.

In tante mele appassite dai colori sublimi la quintessenza della pittura.

E sono tutte da dipingere. Oggi, perché domani saranno già altre mele, altri colori, altra pittura.

Ma in che modo riuscire a farlo?

Un topo le ha mangiate e non è rimasto più nulla.

Mi piacerebbe dipingere quel topo.

Ma non l’ho mai visto.

I fossili.

Il giallo e il bianco abbagliante.

Miraggi.

Le orme della cultura il vento anziché cancellare sposta di un passo.

Ai passi dentro me ora non credo.

G.S.

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