FELISCATUS I

 

Questa mostra riguarda un ciclo di dipinti che ho realizzato tra il 1993 e il 1996 e che attraversa in modo imprevisto il periodo di quattro anni. Percorso inatteso, quindi,  ma anche trasversale, perché contemporaneamente a queste tavole, e nella più parte del tempo, facevo altri lavori legati a temi completamente diversi, condotti a termine con una tecnica pittorica che nulla aveva a che vedere con quella che stava alla base degli “oli dall’acuto sentire”, anzi, in questi ultimi,  il procedimento era un tutt’uno con ciò che lo stava generando; meglio voglio dire, per fare intenso dialogo con l’attenzione che vorrei in voi ci fosse, che la pasta pittorica spessa, grondante, la pennellata veloce, saettante che a volte colpiva la tavola con rabbia più che con veemenza, erano un’unica, inseparabile, aggrovigliata massa di umori con ciò che da quel colore – in qualche caso in modo repentino – stava nascendo. Quale coinvolgimento in questi autoritratti! Ma come, vi chiederete, con la faccia di gatto? Eh sì, miei cari, sono così fatte le vere facce dell’artista che sta davanti a voi. In cotal convincimento è  l’asserzione: dalla verità intrinseca della forma viene smorzata ogni parvenza di dubbio.

Un quaderno sul quale – le tavole usate – nell’arco di quattro anni, ogni tanto, quando l’irrefrenabile urgenza travolgeva ogni argine, ho scritto qualcosa di breve e assoluto.  Proprio così, autoritratti; semplicemente. Un forte e costante sentimento, con brividi di alta emozione dal primo pelo all’ultimo, mai un attimo di noia dalla prima all’ultima pennellata; dal grido d’inizio all’estasi del sibilo finale che faceva seguito alla firma che mancava.

Ah, Munch! Caro Edvard, stavi a guardarmi, seduto, con le tue ombre liquefatte! Privo di alcun gorgheggio, senza sfarzo penso all’intervento della natura potente, alla cura da cavalli che piega i cipressi in corsa, alle finestre illuminate, ai cieli sanguinanti. Adesso i miei quadri sono lì, da una volta all’altra irremovibili in luoghi cangianti, le mie tante facce sono parte di quelle tavole trovate, strappate alla loro indolente seduta, da ben altri umori nate ed appoggiate ad un’altra età, intrisa, questa,  di sangue di pinete montane e di lagrime del mare. Autoritratti, sono e saranno, un diario intimo dipinto a piene mani con pezzi di quella faccia che tanto ben conosco, con quella luce che dall’alto allunga le ombre verso il basso, giù fino al petto, rendendo la voce cupa un ruggito vittorioso in un luogo che da “sempre” non esiste più.

Quanta distanza dai frutti nelle nicchie, dalle arance azzurre, dai dondoli e dalle conchiglie, eppure contemporanei, conterranei di tutto quanto e quelle genti i visi in attesa che conosco e riconosco, gli occhi smarriti in un guizzo fulmineo, nella genesi di una mano stanca tra un dipinto che rientra nella norma e l’altro pure,  mentre Gustav gira senza sosta.

G.S.

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