FELISCATUS II

 

Con le vere sembianze: quelle animali di gatto. Da una parte del quadro e anche dall’altra. I miei occhi felini, per quanto ne so,  ora stanno nella doppia curva di Borghetto, rapidamente salendo con l'amata aria intorno, financo discendendo con la batteria delle ventiquattro ore in via de’ Pellicciai, senza acqua, torrenti o fiumi gialli talvolta pieni di galleggianti escrementi d’insettivori ostinati o di cascate secche come i vortici degli occhi coi sassi incastonati; cascate che un dí furono, che poi scomparvero alla vista ché tenute in serbo col rancore da gamberi  di fiume e cicale di montagna.

Il davanzale di marmo è freddo, su di esso, ed è ormai sua,  una mezzaluna il vento ha disegnato,  incisa il chiavistello; la fonte è alta, adesso, e le tombe dei giganti svettano più dei cipressi là, in alto tra le ville alla moda e l’erba alla brace nel dondolante olezzo, tra le lontane onde e le farfalle bianche che ci sono e non ci sono. Acca scalea come leziosa acqua dal fondo, help per gli osservanti in tremante attesa. Luna lisa nei vestiti argentei, ne “i trippiaturi” dei conigli tra i fasci di versi sciolti, tra monti di lepri e cacciatori, macchie umane a guisa d’inchiostro di china sparso sui frutti caduti, giardini pensili turriti e luntani ciammariti rutti e ciavuru di mintastru, ciavuru di ciuri. Ciuri, ciuri di tuttu l’annu. E tuttu l’annu ci sunnu.  I fiori mi piacciono poco. Secondo l’umore. Bisogna preservarli i fiori, accendere l’indovino e farlo cantare saltando quei bassi muri coi vetri rotti in cima, gli antifurti musivi fatti di fondi verde acqua e glauchi che traguardano il mare inavvicinabile, qualche volta azzurro, sopra i tufi gialli. Vecelliocorno in fiamme? Per nulla interessante: Di là da venire, come cose altre e, adesso sì, giustappunto ci vuole,  importanti come poche. Caldo, caldo, di tanti gradi quanti i miei anni all’ombra della vita, caldo sull’attenti, lucertole sui pagliai di canne secche zeppi di aghi di pino che, da sotto in su,  si spezzano al primo zufolo, vestigia d’argilla, robinia di sfregazzi bianchi,  stridio di grilli in nessuna ora strana delle due. Nessuna quota per i muri bassi né dei gonfi  trulli affissi sull’etereo sapore di terra, nessuna sezione a un metro, dieci metri, all’universo sconfinato di metri, alle pagine di Joyce e agli anni luce. Ubriaco più che mai di colori e trementina continuo liberando tutte le ruote in una sola direzione, quella dei buchi neri dentro il mozzo slavato e piumato a più non posso.

Donna, modella felina, donna modella, solo femmina muschio di luna a nord della primavera, regina d’incanto, modella di curve e donna di corse, dama di flessuose mosse, donna d’ulivi dai motti trasse l’ora di Minosse. Fu due volte sirena, sirena di mare e acqua di terra, fuochi blu e fiamme cremisi, al rogo tutte le virtù, sanguigna di pastello, occhi dolci di frutta candita, marzapane per i miei denti, miele per le mie mosche, acque non-morte per le mie zanzare, gerani color sangue per i miei balconi verdeggianti, viola per le mie viole, musica per le mie orecchie, cicatrici dormienti sulle mie ferite sempre aperte, polvere di notte per il mio sonno abbozzato e inquieto che all’aquila felina usa carme ogni giorno dopo.

Faccio fatica a riconoscere i connotati umani. Per vero in pittura interesse in essi non trovo. Mi piacciono? No, non mi piacciono i bizzarri tratti umani, non li riconosco. No, non mi piacciono queste cosiddette facce, ad ogni ora posticce. È la mia memoria breve a rifiutarle. Ad esse invero preferisco la lenta età di peli e musi, di assenso e visi, di fusa di gatti.

G.S.

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