FELISCATUS IV

 

La ricerca dell’identità di quanto mi apprestavo a fare ha avuto conseguenze che per certi versi mi aspettavo, in più ha condotto, in modo più che spedito, a risultati significativi, direi, addirittura, eccellenti. Io sono il pittore; io, un gatto nero; con le ali, a volte. Altre mi muovo, mi sposto, le chiudo, non volo, volo senza di esse. Perché, a dire il vero le ali, qui e ora, no! Non le uso per volare ma per stare a mio agio sui dipinti, per nuotare sulla loro patina del tempo. Ivi, con la consistenza di pigmento e medium, fatto di pasta pittorica, dipinto, appunto, sopra il supporto, sotto, sull’altro lato, c’è l’Arcadia, sono l’Angelo nero che fra due anni diventerà Dracula-Sicula – in questo luogo, due anni fa, rapidamente lo fui e li divenne  – anche nei frutti e nell’intorno vuoto a picchettate pennellate, a migliaia; nei frutti che saranno frutti non-morti di polittici trovati nell’incognita y, scomposta e ricomposta come una i di punti capovolti nella trentesima parola di quel preciso giorno. La luce che portano questi polittici a tratti e fili di carta è bianca, gialla, bruna e nera; luce che s’accende con cera d’ape, cucita dal moto irsuto e friabile delle foglie secche.

Le code degli spermatozoi modificati dei dipinti, faranno piazza pulita di tutte quelle credenze distorte dalle quali il potere di un’assuefazione onnivora ha tratto sempre più ragione di paura e vigore. Come dire che il bianco  esiste solo nella misura in cui riesce ad emergere contrapponendosi al nero. E’ evidente che chi sta dalla parte dell’uno non può riverire l’altro o viceversa. Un pittore non difende l’uno o l’altro colore, li utilizza, ne ricerca la verità intrinseca e più di chiunque altro ha la capacità di scoprirla.

Ed è altresì evidente che nessuno, anche chi pittore non è, può mettere in dubbio la forza, la creatività del nero, portatore di luce.  Il bianco è il nulla, la tela è bianca prima che tutto inizi, la carta è bianca prima che la mano inventi un’altra vita, con il nero o con il rosso. Il nero è vigoria, il bianco è l’intorno, il nero è il centro attorno a cui tutto il resto scandisce la sua storia (ritenuta tale), il proprio vissuto che chiunque può seppellire nei cassetti della memoria, oppure può serbare in due rivoli di sangue caldo e superlativo rosso.

L’universo è nero: solo nella sua fredda immensità qualche piccola candela accesa qua e là, sperduta tra gli enormi fuochi della creazione cognitiva, può avere un senso.

G.S.

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