DRACULA

 

Nel pieno contorno di un baleno sostava, sospeso, tra un volo e l’altro, alla luce della luna; spiegava le grandi ali innervate, traslucide a tratti, ricche di storie conosciute e vere, ondeggianti nel mare aperto del suo lungo e lento andare per ogni dove; ali disegnate dagli angoli e dagli spigoli di un guaito notturno a dismisura allargato, dolcemente posato sull’era terrosa di un luogo molto lontano; ali che qualche volta hanno racchiuso un pianto; più spesso un sorriso felice, increspato tra le pieghe dell’ordine delle cose che sempre si aprono sopra le ingiunzioni; ali che agganciano e lasciano cadere dall’alto, per romperle, le vuote promesse, le verità maldestre, le impalcature - perché tali - ritenute costruttive e, alla fine, per l’accomodamento di un pensiero pigro, viste e usate come ineluttabili canoni contro ogni volere, anche nella verità della pittura.

Muoveva gli occhi; cantava suoni che lei, osannato moto di donna dagli eterei segni bianchi nell’aria accogliente di una tela dipinta, udiva.

Disordinava fiori rosso sangue: "Pioggia di corolle per te! Dal mio volo aperto e dalla mia terra al di là del mare, a te, pioggia di profumi, nuvole di punti vermigli sospinte da un’attesa premiata, dai mille desideri sparsi lungo la strada; copro ogni istante della tua paziente attesa, carezzo ogni punto del tuo adorato corpo, canto gli ultrasuoni nel sentire il nettare della tua voce e ti faccio mia negli affilati aromi dell’olio essenziale, indiscutibili e perenni nell’immortalità dell’arte".

La pittura è in grado di rivoltare il senso comune delle cose? Può darsi. E’ giusto ritenere che tutto ciò che non è dipinto non esiste? Forse no. Ma è pur vero che la prova e l’onere dell’esistenza di tante teorie vengono da sempre astutamente affidati ad abili mani d’artista.

"Quante carezze purpuree nel pallore di una breve eternità tremante! Questa, imbevuta di pioggia di giardini - circolare più del tempo eterno - l’hai tenuta stretta tra le dita, miscela onorifica, di un’eternità immobile e trasparente, e ludica, e splendida, rossa come gocce di rugiada che incurvano i giorni e riflettono il tramonto disteso da un capo all’altro di quella notte che mai finisce.

Occhi di luna, occhi di stelle assenti nella giovane voce, nel lento e mimetico sorriso di un futuro perenne.

Il sogno della pittura si compie nell’immagine di un bacio ininterrottamente ardente, negli animali alati e non, in ciò che essi sentono e sentiranno. Il sogno della pittura si compie nel sangue uguale a vita, nell’immortalità del corpo. Si compie muovendo i passi scuri e lesti nell’ellisse di un cielo capovolto.

Il sogno della pittura si compie nel caldo ragionevole di un piccolo dipinto.

Sangue della pittura! Nutrimento degli occhi e delle dita allungate per volare e graffiare il buio della luna.

Disegno nell’aria volute e bagliori di peli di papavero.

Raccolgo inviti danzanti; odori e colori. Colori rossi; e neri senza fine.

Con la pittura creo; e ciò mi modella e nutre. Sostenta il mio corpo diafano, incorruttibile ed eterno.

Allargo le braccia per accogliere la notte: di essa ti faccio dono nel colore di una gioiosa eternità vivente".

Ho divorato la pittura tutta, di tutti e mia.

Poi, con l'indifferenza sulla quale da sempre cammino, con la calma che da sempre mi segue, ho dipinto la fine e l'inizio di ogni cosa.

G.S.

 

Accompagnato da ininterrotta fortuna, riconfermata dal successo del film di Francis Ford Coppola, Dracula di Bram Stoker è l’ultimo grande romanzo gotico e al tempo stesso, forse, il più famoso: spettrale, altero, spietato e sottilmente erotico, il pallido Conte (il cui nome è ormai sinonimo di vampiro) appartiene a quei pochi personaggi che entrano a far parte dell’immaginario collettivo, impongono un genere, divengono un simbolo, una sorta di dimensione. “Una figura”, come notava Thomas Wolf, “che costringe a confrontarci con misteri primordiali: la morte, il sangue, l’amore e i loro reciproci legami”, cosicché “il risultato a cui Stoker perviene è questo: ci fa comprendere, attraverso la nostra esperienza, perché si dice che il vampiro sia invisibile allo specchio. Egli c’è, ma noi non lo riconosciamo, dal momento che il nostro stesso viso lo cela”.

Dracula, Introduzione di Riccardo Reim – Cura e traduzione di Paola Faini. Newton & Compton Editori

 

FASCINO GOTICO

Un grande artista “evocativo”, Gaspare Sicula, uno straordinario musicista e compositore, Donatello, ed un maestro della letteratura a “tinte fosche”, Bram Stoker, per un risultato di fascinoso ed inquietante effetto sinergico. Questo l’obiettivo della mostra in itinere che l’Associazione La Tavolozza di Broni promuove nell’inebriante contesto della Certosa Cantù di Casteggio prima (dal 7 al 14 Giugno 2009), e nello spazio assolutamente gotico del Cantinone di Pietra de’ Giorgi dopo (dal 20 al 28 Giugno 2009). Un evento che si sdoppia all’insegna della natura ambivalente dell’ispirazione fantastica. Opere pittoriche, quelle di Gaspare Sicula, di sensuale ed enigmatica forza di tratto e di colore, che trovano perfetta corrispondenza nella non-morta vitalità delle notturne note di Donatello. La carnale storia di un amore assoluto, quello del Conte Dracula per la dolce ed eterea Mina, si consacra nell’evanescenza della parola e dello scritto. Il Diario, geloso custode della levità dei sentimenti, diviene il vettore delle pulsioni e delle fantasie oniriche di personaggi a tratti ineffabili. Vi sono nei dipinti di Sicula gli elementi tutti della tensione amorosa e del patto eterno con la forza simbolica del sangue. Una sorprendente energia che ha attraversato la Storia dell’Arte sin dagli albori. Come non ricordare i tratti essenziali ma purpurei delle grotte di Lascaux in Francia. E che dire della fervida letteratura gotica di Edgar Allan Poe, così immaginifica ed allucinatoria, oppure delle meravigliose e pindariche pagine del Frankenstein di Mary Shelley?

Brutale e fascinosa natura quella del pennello e delle note come del calamaio. Strumenti necessari, contingenti, che si librano tuttavia nello spazio dell’idealità e della libertà della sensazione che a noi tutti, esseri viventi e pensanti, regala “l’illusione romantica” dell’unione indissolubile con il mistero.

Roberta Mezzadra

 

Le riprese del video sono state fatte nei sotterranei del Teatro Civico di Tortona. Dracula è sempre stato un tutt’uno col teatro prima e col cinema poi. Nel video lo è anche con la musica eccellente di Donatello che accompagna i movimenti, ad un tempo velocissimi ed estremamente lenti, e i voli di Dracula; e ancora la sua forza che è quella della natura tutta, mutata in arte udibile e visibile. L’ombra di Dracula si posa sui cavalletti e traccia il percorso della pittura. Ho trovato l’aspetto di Dracula in una conchiglia a forma di bocca contornata di aculei: la Spondylus Sinensis. Le riprese, andate avanti durante la mostra Broccati e Brocchiglie alla Sala Giovani del Teatro nel dicembre scorso, mi hanno permesso di sfruttare al massimo il video omonimo (una parte delle ricerche formali di Dracula trasse origine, dieci anni fa, appunto, dalle conchiglie). Per due volte è stato inquadrato il telo da retroproiezione e il videoproiettore: toccando di nuovo quindi lo stretto legame tra Dracula e il cinema. Alcune sequenze sono state fatte zoomando molto, sino a far perdere riconoscibilità all’immagine divenuta così pura forma in movimento ricollegabile all’impeto e alla dolcezza del morso, all’euforia del novello stato di frutto nella sua straordinaria condizione di frutto non-morto.

Renfield nutriva i ragni.

Il pittore assorbe la vitalità della natura e la restituisce come arte. La lampada al neon con lo starter non ben funzionante si accende e spegne freneticamente ampliando e svolgendo lo stato di grande emozione per quello che sta avvenendo. La forma di questa lampada ricorda i tasti del pianoforte.

Quella che si vede e sente nelle prime battute è una bruciatura su un piano di truciolato nobilitato di grandi dimensioni con attaccati qua e là, a mo’ di stelle quadre, feltrini autoadesivi. La forma di questa bruciatura è quella di una bocca spalancata seguita da una scia di sangue coagulato.

Il frutto va a riposare nella terra prima che spunti il giorno.

G.S.

 

IL SONNO. IL SANGUE.

Nella svariata ricerca letteraria di Gaspare Sicula – pittore che alla letteratura ha dedicato la sua incessante rappresentazione artistica di matrice surrealista con incursioni nel simbolismo – tra i monumentali cicli sviluppati, uno dei più affascinanti e attuali – data la rifiorita produzione libraria sul genere – nonostante non sia stato preso in esame per seguire una moda, si colloca quello di Dracula.

Il Conte di Bram Stoker – nonostante appartenga al termine ultimo del cosiddetto romanzo gotico - ha rappresentato una vera e propria iniziazione, di cui oggi, ancora e più che mai, conosciamo continui iniziati. Il Dracula di Sicula è, a mio parere, non solo un omaggio al Maestro impartitore di Vita-Morte, ma una grandiosa e poderosa creazione, in grado di raccogliere l’essenza totale del più grande vampiro di tutti i tempi, così come il fasto resogli da Francis Ford Coppola nel suo oltremodo famoso film. Teatrale, solenne e seducente, la versione pittorica di Gaspare Sicula – ancora una volta obbligata al Seicento di Caravaggio e all’Ottocento di Ingres - riporta magistralmente il messaggio della pulsione amore-vita, sonno-morte e lo fa, in occasione di questa mostra – seconda a quella del 2009 presso Palazzo Certosa di Cantù, dal titolo Dracula a cura di Roberta Mezzadra – incaricando proprio il sonno come luogo-non luogo, deposito dell’inconscio.

Nel romanzo di Bram Stocker, il professor Van Helsing, ipnotizza Mina, la quale è in contatto telepatico con il Conte Dracula: devono trovarlo. Le chiede, ad un certo punto, dove lei si trovi. Mina risponde:”Non lo so. Il sonno non ha luogo che può chiamare proprio”. Ancora, dopo: ”Che cosa vedete?” “Nulla. E’tutto buio”. E poi: ”Cosa state facendo?” “Sono immobile. Oh, tanto immobile. E’ come la morte”.

Caro a Sicula, questo dialogo, perfettamente esprime l’inappartenenza al tangibile, lo scivolamento verso le tenebre, il sonno come luogo della vita e della morte, quindi non luogo, spazio-tempo nel quale non ci riconosciamo come esseri finiti. Non a caso, i volti dei vampiri di Sicula sono volti felini: la scelta delle fattezze è ricaduta sul gatto, animale sacro e medianico (vedi il ciclo Le sette vite), in contatto con un’altra dimensione. Anche con il sonno.

L’evocazione del sonno, nell’opera di Gaspare Sicula, ha una resa quasi ossimorica: una pittura nitida, fatta di segno pittorico tradizionale, di colore vivido, di espressione forte, di tratto marcato. Il contrario di una rarefazione, di una nebulosità che potremmo tranquillamente pensare come possibile. E’ proprio questo, però – pensiamo ad un surrealista come Magritte - che ci porta al totale estraneamento dalla realtà.

A dominare la scena sono i rossi quale cromia del sangue, simbolo del patto più orrido e carnale possibile, perché eterno.

Rossi sono i fiori per Mina, sono i drappi di tessuto – vere e proprie volute misteriose – sono gli sfondi di Lucy…il rosso suggella un ordigno macabro, un riscatto rovesciato, l’irreversibilità, laddove la passione – che è il perno romantico di tutta la faccenda - è stata sufficiente a contrattare la morte, l’assolvimento, la liturgia dei beati.

L’immobilità di Mina durante l’ipnosi, è un’immobilità già grave, preludio all’immobilità dell’anima…perché il corpo, nel sangue, continuerà a vivere. In quel rosso c’è la minaccia – purtroppo desiderata – che si avvera; c’è tutto il potere possibile. Come nella pittura.

“Il sogno della pittura si compie nel sangue uguale a vita, nell’immortalità del corpo”(Gaspare Sicula).

Francesca Liotta

 

VAMPIRI: GENTE COMUNE.

È un fascino perverso quello che emana la leggendaria figura del vampiro. Egli è nobile di portamento, educato, elegante. Si prova sempre un leggero imbarazzo quando ti osserva. Non sempre vuole il tuo sangue, la tua vita, a volte si limita a parlarti insieme, evocando mondi misteriosi, lande abitate da potenti e crudeli guerrieri. Quando scompare nell’ombra ti avvolge un gelo inquietante, il freddo ti entra nelle ossa impedendo ogni movimento e pensiero. Il vampiro vive nelle oscurità della notte, si nutre di buio e della paura degli esseri umani.

La prima volta che ho incontrato un vampiro è stato durante un’estate di tanto tempo fa. Egli se ne stava nascosto tra le pagine di un fumetto, dietro a un pilastro gotico, pronto a assalire l’incauto personaggio che stava entrando in quella stanza. Osservava con occhi cattivi e teneva la bocca aperta per la presenza delle sue zanne bianche. Tale immagine rimase viva nei miei sogni, fino a quando non apparve quella di Bela Rakosi. Costui era spaventoso, a metà strada tra l’immagine cinematografica di Cristopher Lee e Bela Lugosi. Era un essere dotato di una grazia particolare, un essere che si muoveva con enorme discrezione, e sul suo volto, quando non era sottoposto all’orribile trasformazione del suo stato di vampiro, si poteva addirittura percepire un’aura di triste malinconia. Costui era un nobile di antica famiglia che, dalla originaria Transilvania, decise di trasferirsi negli Stati Uniti. Nel nuovo continente aveva individuato un’area piovosa nella zona dei grandi laghi ideale per far ricostruire una chiesa sconsacrata che aveva smantellato mattone per mattone nel periodo in cui viveva in Europa. Tale personaggio fu poi sconfitto da Zagor che gli impedì di ritornare nella sua tomba facendolo bruciare dai raggi del sole. Rakosi ritornò a trovarsi di fronte a Zagor, alcuni anni più tardi, risorto con un rito di sangue, ma fu ancora sconfitto. In contrapposizione ai sentimenti provati in passato, quell’immagine tanto spaventosa mi sembrò assolutamente superata, massacrata da quella dei pochi vampiri che incrociavano la strada di Dylan Dog.

Dylan è un personaggio straordinario che ho conosciuto a Urbino negli anni Ottanta. Dunque, la mia amicizia con lui è ormai più che ventennale. Egli ha a che fare con numerosi mostri mentre con i vampiri, ha ben poco a che fare. Per questo è piuttosto difficile riuscire a estrapolare una particolare figura vampiresca. L’unica che merita di essere citata è l’affascinante Manila. È una donna di una bellezza conturbante ma con un’ombra malinconica. È un vampiro decadente, non particolarmente contenta del suo ruolo. Dylan me l’ha fatta incontrare in un magazzino dismesso della periferia londinese, vestita con un abito aderentissimo in vinile, una vera maitresse sado-maso. Non si può dire che venga sconfitta dall’eroe: Manila scompare, memore di quel barlume di umanità che le è rimasto e che la rende molto vicina agli esseri che dovrebbe uccidere e che vogliono la sua morte.

Harlan Draka, invece, è un cacciatore di vampiri di professione. È solo da alcuni anni che ci frequentiamo, eppure, da quando lo conosco, ho visto più vampiri con lui che in tutto il resto della mia vita. Harlan vive a Praga, in un teatro. È sopravvissuto alle guerre balcaniche e ha capito di essere speciale proprio durante questa tragedia. Prima di quegli anni, era considerato un povero ciarlatano che interpretava i sogni e operava qualche guarigione con metodi naturali. La guerra lo ha portato di fronte al male, all’interesse finalizzato e prevaricante. I suoi nemici sono sempre legati ai più odiosi traffici illeciti (droga, armi, esperimenti medici…) mentre lui riesce in qualche modo a porre dei limiti a questo strapotere. La cosa interessante, però, è che il mondo di Harlan è dominato dai vampiri, una casta di superuomini nascosta tra la gente comune, legati tra loro da vincoli di stirpe e da interessi economico-finanziari, una casta che lo teme fortemente poiché il contatto con il suo sangue è in grado di ferirli mortalmente. Harlan è così speciale perché è stato generato da un maestro della notte, un potente vampiro che, ingravidando un’umana, ha permesso che si desse alla luce un Dampyr. Quindi Harlan-Dampyr è una sorta di arma che agisce a favore degli umani limitando l’arroganza dei sui nemici.

Nel mondo dei fumetti, i vampiri sono esseri che non riescono a andare d’accordo con gli esseri umani. Non ci può essere una forma di convivenza tra queste due razze. La lotta è dura, ma ha sempre un solo sconfitto. I fumetti hanno però il pregio di illustrare un mondo fantastico, di dare concretezza a immagini apotropaiche, in modo non dissimile dalle oniriche pitture di Gaspare Sicula. Queste pitture hanno il merito di nobilitare un argomento che spesso viene accantonato con frettolosa superficialità, ma che invece dimostra un fascino privo di incrinature, un fascino che affonda le sue radici addirittura nel folklore e nella cultura della civiltà umana, un fascino che crea anche quei miti personali fatti di eroi e di imprese leggendarie.

Carlo Pesce

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