NATURA NON-MORTA

Quando si fa un giro titubante, una passeggiata per inerzia, con un passo che a malapena scansa l’altro appena scorto, senza sforzarsi, avanzando, più di quanto è dovuto per non dormire, ma anche quando, col fiato appeso alle panchine dei giardini ci si ritrova seduti sulle proprie divaricate gambe, coperti dalle foglie e la loro attesa senza fine, quando si passa dalle vie di fatto, cercando di non calcare troppo il piede, alle vie lunghe dei farò e si spedisce il senso delle cose per non subire l’affronto di un diniego taciuto, quando si può ma non si vuole, quando la pioggia battente bagna ogni dolore e ogni speranza, non si pensa, per un fugace prurito adescato dal piede stanco, alla Grande-Jatte: troppi punti. Tanti quanti i tattoo dei tumefatti culi delle donne tra gli ombrelli chiusi ad aspettare. Giusto è pensare ad altri lidi, ad altre callipigie e ben tornite muse dai bianchi colli e dalle pulsanti carni, ad altri sanguigni fiumi, ad altre nuvole col mare in tasca, ad altre immacolate gole o alle giugulari mille volte infrante. A pochi punti: solo due. Due fiori a fiotti di caldo sangue vivo, due oblò sul mondo per una non-morte senza fine.

Il tempo del divenire è vuoto. E vuota è la scoperta del tempo del divenire in su e in giù nell’acqua quieta e nella mente ubriaca, senza aggettivo e perdizione sul chi vive, senza verbo, senza le strane chiusure della sera e la sete allergica dell’inutile sole. Godono i due canini arguti ripigliando il vecchio detto: quanto è antico questo motto! Ma quant’è vicino al vero? La residenza non è più qui e adesso ma sempre e in lungo e in largo. Perché avanzare ipotesi – più d’una come questa – è sempre fattiva collaborazione per una arcata congenita, suffragata e scoperchiata dai passaggi nebbiosi dentro l’alba delle mille e mille note rabbiose: cinque in tutto senza festa della quiete. Il tramonto rosso e nero se n’è andato dietro un velo verde scuro. Ma dov’è, dov’è il cielo? E perché mai lo cerchi ancora? In questo quinto e attento nero, dartelo io posso con gli alti fumi d’oro di un rosato segmento. Forza ali e artigli della notte, amori predatori con le bocche spalancate, avanzate, avanzate, divorate, divorate questo cielo e questa terra priva d’ombra e priva d’erba, sommergete il grande molo freddo e scuro, cosa mai aspettate ancora? Con l’urgenza aspettavate. Il grigiore della vita se n’è ito! Rotolando, la moneta per Caronte, rimbalzando in una faccia, l’altro lato l’ha lasciato. L’ha perduta, la moneta, quella faccia capovolta in un dirupo e nel fiume è affogata. Quante volte l’ha guardata quella faccia che è affogata; finalmente se n’è andata. Ogni ora è ampia e raccorciata, ogni veste è oriundo silenzio, cangiante vessillo di Dracula-Sicula, repentino  in quest’ora si accende,  dall’immenso patagio coperta e protetta, adesso e con gioia ogni cosa diviene non-morta. Non-morti i frutti, le donne, le tele, la notte. La natura tutta e qualsivoglia forma è siffatta: È non-morta

G.S.

 

PITTURA NON-MORTA

Non esistono più Raffaello, Ingres, Andrea del Sarto, Bezzuoli, Hayez, Van Eyck, Tiziano, Rembrandt, Agricola. Sparito è pure il ghigno con il gatto – quien sabe? starnutito dai temporali estivi e dall’acqua sapida e bene educata  – di Raffaello, Ingres, Andrea del Sarto, Bezzuoli, Hayez, Van Eyck, Tiziano, Rembrandt, Agricola. Qui c’è solo e soltanto pittura. Solo e soltanto pittura non-morta.

G.S.

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