ANTE E CASE DI ANTE

Questi piedistalli li fece un fabbro nel ’91 su miei disegni. Pensati esclusivamente per i dondoli, le sculture che tanta parte dell’anno prima ebbero, ne studiai l’altezza e le misure tutte, scultura per scultura, nell’assetto abbinato: scultura-piedistallo. Scelsi con cura anche il colore, il quale doveva essere loro proprio ma anche dei dondoli, che, su di essi, vedevo come adagiati su qualche cosa di molto leggero, negando quasi la stessa materia, il ferro, di cui erano composti. Sottili, tanto da apparire diafani, in piedi un po’ oscillavano. I dondoli, anch’essi ondeggianti per moto vibrato e trasmesso, col chiaroscuro del legno, nella scansione lenta del tempo usavano parola e meraviglia ad ogni fugace e incoerente contatto.

Nel 2004, tenendoli per le braccia, coricai i piedistalli; e lì, su quei corpi distesi e lineari, tutt’al più lievemente increspati, su tutti e quattro i lati dei piani, nell’agosto del 2004, sul ferro freddo e già smaltato, corpi ancora caldi dipinsi. Le aste, come prolungamenti degli arti, distanziavano ma tenevano insieme i corpi-case, le superfici pittoriche rapprese sotto il verbo stasi, speculari e senza possibilità di distacco o di fuga.

Asciutte al suono del vento. Egli, il vento, quattro volte lo vidi – e ripetutamente – imbibito dall’eco delle immagini legate insieme dalla mancanza di voce.

In essa, domenica ferina e volatile, anche uno dei mobili che stavo mangiando, privato di due dei suoi cassetti, era una bocca aperta che chiamava l'urlo.

G.S.

 

Vv

Appena nata, tosto esplosa fin dentro il petto, la voce acida lacera il collo, prima di arrivare in cima al suo sparviero destino, al vicolo cieco di una lingua papillosa, alle scarnite barricate dei denti. La bocca serrata, in fin di forma, precipita, senza parola alcuna, nell’ultimo rimpianto,  quindi, torcendosi, si richiude a conchiglia; trascinando sensibili stami, arricciando le ridotte labbra, implode nell’acqua il muto vuoto, un buco univoco di sale. L’urlo e lo strazio, api in volo ridotte ad aloe di fiamma, a sfiancate faville di giuochi di fuoco, periscono sparendo, l’uno dall’altro puntato e colpito. Nell’intimo, di nuovo soli e di nuovo in lotta, ancora più di prima, tutt’e due, pari a due temerarie cocciniglie, imbibiscono il tempo. La voce e la notte, ridotte alla minima capienza, si tingono di sangue.

Tracce di rossi ossi sulle scalinate e prurito al villoso palmo delle mani intarsiate sugli auricolati portoni.

G.S.

 

BIANCO E ROSSO

Finalmente  la fine,

è giunta l'ode del primo tempo.

Tacche di vividi baci sottocute le stelle in sul cimiero

nella breve eclisse di cielo.

Suggi e asciuga il pianto di questi  vetusti canyons, rammenta.

C’è un incombente viavai di pecore sgozzate che,

di giorno e di notte, segue Magritte.

G.S.

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