LA CAVALLA PARTORISCE IL MARE

 

Ho sempre avuto un pessimo rapporto con le cornici. Le ho rifiutate, nello stesso tempo le ho volute. Non ho mai potuto soffrire le cornici ma al contempo le ho anche amate. Non ne ho mai capito l’utilità per il dipinto e avrei voluto cornici per incorniciare cornici che, a loro volta, incorniciassero quadri pomposamente incorniciati. Non mi piacciono. Mi piacciono, le cornici. Sono superflue, sono necessarie. Quelle dorate, massicce, mastodontiche, oppure dello stesso colore del dipinto, nere (soprattutto); larghe coi fili d’oro. Istoriate, con arabeschi, intagliate, stuccate, sfiorite, consunte dal tempo, mangiate dai tarli, a brandelli, scartate, gettate via. Le ho massacrate, finalmente. Una permanente liberazione, ora.

Della più classica, più impersonale e adattabile delle cornici di legno ancora grezzo, poroso e adombrato dagli anni, ne ho fatto cavalli. Con una silhouette assoluta, molto semplice, bellissima nelle sue tante, possibili divagazioni formali.

Cavalli apparsi, tra una cosa e l’altra, molti anni fa e rimasti nel bozzolo di immagini solo pensate. Cavalli; oblique sezioni di cavalli, allungate, molto allungate; mandrie di cavalli; cavalli al trotto con le zampe parallele. Cavalli di corsa con le gambe ferme, con in groppa nessuno, selvatici; braidi cavalli, figli di cavalli, cavalli chiamati cavalli, un pezzo di legno chiamato cavallo, cavalli incollati.

Cavalli poco più giovani di quei quadri e quelle cornici sovrapposti e poi ruotati perché, dal pensiero al quadro alla cornice al muro, venisse a mancare ogni soluzione di continuità.

Tutto ha una cornice: la prosa, il freddo e il caldo che produce;

il punto, lo squattrinato alone che lo circonda;

la poesia, il poeta;

il gatto, il suo passo che c’è dove c’era;

il video, il limite dello schermo;

il teatro, il palcoscenico e il suono fin dove arrivano le parole e il silenzio;

il sesso, il letto o qualsiasi altro posto;

un corpo morto, il profilo della sua corsa;

la non-morte, tutto ciò che non è vivo e che non è morto;

la ruota, il dondolo;

lo specchio, ali di cartavetro di specchi;

la rosa appassita, polverosi petali di plastica che mai appassiranno;

il pulcino, il suo uovo, l’uovo un nido di spine;

l’ululato, la notte; la musica, la notte.

Quando vado in giro per gallerie e musei (man mano il tempo passa meno voglia mi viene  di farlo), sempre più spesso mi capita di guardare i quadri come cose racchiuse da cornici. Su queste ultime, infatti, gli occhi si posano prima e di solito con un interesse maggiore.

Trittico centripeto – ha tale titolo una parte delle opere di questa mostra – perché c’è la cornice (vera), il piano e, verso il centro (ma non sempre), la cornice fatta a pezzi, cioè il cavallo, la cavalla, il mare (come vento su un tamburo). Un percorso muove verso il centro, e quello che qui è centro, in un trittico, fu uno dei lati esterni: È centro di un trittico centripeto.

Ciò che inseguo si può dire da sempre, che pensavo irrealizzabile, che ora so di aver avuto tra le mani, lasciandolo dileguare, chissà perché, più volte nei vari anni passati, s’è fatto reale e concreto. L’essermi fermato al rosso del bolo è l’ultima offesa. Nell’assenza dell’oro sta la differenza: tra sicura cornice e predestinata sezione.

La distruzione per una stabile e definitiva creazione. Distruggere la cornice per far sì che il quadro, senza di essa, non abbia confini e, avanzando nell’ipotesi dell’inesistenza, con nessuna altra presenza che non sia la traccia, la sezione della cornice che ho distrutto, abbia solo il senso del vuoto e del nulla.

Toh, anche questa è una bella cosa. Potrebbe avere tanti di quegli sviluppi! Ne sono totalmente preso; ne sono entusiasta! Ma perché, perché dopo una ventina di dipinti dello stesso ciclo subentra la noia?

G.S.

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