FRANKENSTEIN

 

Victor Frankenstein non lo dice al giovane navigatore, all’esploratore ambizioso Robert Walton, e non lo dice a noi, attraverso quali straordinarie scoperte egli sia riuscito a trasmettere la vita ad un assemblaggio di pezzi inanimati.

La genesi del mio Frankenstein (nell’uso comune creatore e creatura) invece è molto chiara: dalla faccia di Don Chisciotte, che nel 2002 inglobava quelle di Ercole e Amleto – ognuno, a suo modo, eroe errante in un mondo parallelo fatto di parola e letteratura; miti certamente, e punti di riferimento che dal dubbio alla forza, dal sogno alla menzogna e alla follia, dal coraggio alla caparbietà, alla crudeltà spinta sino a dar voce alla feroce e amara vendetta, trovano definizione e risposta a tanta parte dei comportamenti umani – dalla loro faccia, quindi, e in seguito anche, con alcune modifiche, da quella di Dulcinea, arricchendola di percorsi viari e fluviali, divenuti vasi sanguigni, cicatrici di grezzi punti di sutura, gangli nervosi, e soprattutto fulmini, secondo le trascrizioni cinematografiche la “scintilla della vita”, il Frankenstein dipinto vive. Vive la sua vita di pensiero e colore. Per quello che riguarda il corpo, inizialmente ho usato il cavalletto (già nel ciclo dei dondoli, quindi figura smilza di Don Chisciotte), in parte fatto di onde; il cavalletto l’ho poi sostituito con la forma pesante e massiccia di Cactus, apparso per la prima volta nel 1988. In seguito Frankenstein ha un corpo suo, indipendente da figure precedenti. Il cavalletto fa nuovamente la sua comparsa nei grandi quadri su plastica.

Il cinema, dal canto suo, nell’assenza di precise indicazioni tecnologiche che nel testo, appunto, mancano, ha trovato terreno fertile per le invenzioni che gli sono proprie; attardandosi su alambicchi e marchingegni improbabili ha tralasciato o trascurato il dramma “umano” del lungo monologo del “mostro” (disfoga davanti all’interlocutore alter-ego Frankenstein, tra le vette di sentimenti rattrappiti dal silenzio e dalla solitudine) che occupa ben un quarto di tutto il libro.

È straordinaria la capacità di apprendimento della creatura, la sua voglia di riuscire a parlare la lingua degli umani, di appartenere ad una storia che lui non ha, affinare la memoria labile dei pezzi di sé. L’incredibile arguzia, l’insopprimibile spinta alla conoscenza, imparare di carambola, sfruttando anche la capacità di apprendimento di qualcuno che sta imparando. E l’odio che ha verso tutto e tutti quando non viene compreso, quando è espulso dal grembo degli umani, quando ne è rifiutato l’aspetto repellente, equiparato ad espressione tangibile della malvagità (non per il cieco – a cui tremante si presenta dopo lunga titubanza – che guarda alla sfumatura della voce e vede, come l’artista, più in profondità con mani pensanti).

Picasso, un secolo dopo, ci abituerà ad un altro tipo di bellezza, non quella dei canoni classici ma dell’arte in sé, che è una forza parallela alla natura, a volte perfino sovrapposta ad essa. Perciò non mimetica, e non asservita.

I brani che seguono fanno parte del diario che ho tenuto nei mesi scorsi, seguendo o anticipando gli sviluppi di Frankenstein. Il ciclo consta di sessantasette dipinti, tra tele e cartoni. Qui ( al Museo Orsi) ne viene esposta una parte che comprende anche i D’après Pietro Longhi. Sono in mostra, inoltre, alcune sculture e gli ultimi dipinti su plastica di grandi dimensioni.

PROLOGO

È tornato il Signor Cactus a chiedere la sua parte di notorietà. Cactus nacque anni fa e fece di tutto per farmi capire il cubismo organico.

Avevo un pezzo di tela, ho pensato di tagliarlo in due per fare due quadri grandi.

Li avrei finiti troppo presto.

Ho pensato quindi di tagliare cinque pezzi per altrettanti quaranta per cinquanta, più quello che rimaneva. Non ne ero convinto. Ho aspettato lunedì. Lunedì è tornato imperioso Cactus a richiedere la notorietà che gli spettava. «Ora è il mio tempo» mi ha detto «Io sono Atlante, io sono Ercole.»

3/7

Il lavoro, per tutta la settimana scorsa, è andato avanti bene, direi benissimo in quantità, molto soddisfacente in qualità. Su formati maggiori dei precedenti e su tela, intorno ai settanta per sessanta centimetri. I dipinti della seconda decade di giugno erano tutti su cartone, di formato medio-piccolo; nell’interesse che sentivo e nella ricerca che svolgevo su di loro e attorno a loro, ho individuato la prima forma e l’espressione ancora da affinare di Frankenstein. Nei nuovi lavori su tela c’è un lontano (nel tempo) e vago (nelle intenzioni) riferimento ad uno dei ritratti di Sylvette David, ne feci una copia ad olio su tela, con un monocromatico bruno-viola, quando avevo circa undici anni. Comincia un’altra settimana di pittura; però, prima di continuare, devo cercare di eliminare alcune linee dell’ultimo quadro che ho fatto sabato scorso, ce ne sono troppe. Che sia già segno di una fase di stallo? Non credo; vedrò nei prossimi giorni. Sento che c’è un nuovo sviluppo in arrivo.

[…]

5/7

Mai prima d’ora mi è capitato di lavorare così tanto coi pezzi di ciò che ho fatto in precedenza. Occasionalmente, in passato, dando però ai pezzi il valore rappresentativo del ciclo di appartenenza. Ora no. Sono frammenti, involucri, forme che hanno una sola voce: la voce dell’insieme di incavi e linee, d’inchiostro e grafite, calcati o segnati con scorie di tempra, l’insieme di tratti, e fiordi fra i tratti, in un profilo “stentoreo” che sta ora nascendo. L’unico rischio, l’ho sentito stamani come un guizzo di cavalletta rimasto sulle ombre di fiume – e dopo cinque lustri di dipinti – la noia in agguato sotto forma di composizione manichea, fatta per metà di assuefazione e per metà di ostinazione (forse). Ma posso facilmente attraversarla indenne stavolta (ecco la grande novità), ogni quadro deve essere, e così sarà, spontaneo, veloce come una saetta, un’improvvisa scossa, da qui sparsa sui quadri che verranno come effluvio elettrico.

Ieri s’è fatto vivo il signor Cactus. Diciotto anni fa fu preso per mano da una fanciulla, e a sua volta prese per mano i suoi simili antropomorfi. Si mise alla loro testa mentre veniva guidato nei liquidi meandri dei grigi pigmenti e dell’affabulatoria (allora) nebbia padana. Oggi mi spiana la via verso una pittura lineare e colorata, letteraria e magica, compendiaria, elettrica, estiva, priva di fiumi romantici ma con un neoclassicismo di lago e una prospettiva dissecante.

[…]

15/7

Abbiamo il sangue di Les demoiselles d’Avignon e di Vollard nelle vene. A distanza di cent’anni siamo ancora corpo di Picasso, siamo ancora colpi contro Picasso.

[…]

18/7

Nella faccia che fu di Don Chisciotte, di Amleto e di Ercole, ora di Frankenstein, si annidava un nuovo animale che oggi pomeriggio, esattamente alle tre, ho scoperto. Si è appalesato senza alcun intervento da parte mia al di là della nuda e semplice rotazione di 180°. È un gatto, un cane, una scimmia, o tutt’e tre insieme più qualcos’altro. La sua è un’espressione sorpresa. Io sorrido compiaciuto.

19/7

Tante cose da realizzare. Accontentarsi del solo disegno.

Not one of us.

[…]

12/8

Due giorni fa ho fatto un quadro, sempre su cartone, di cinquantuno per settantadue centimetri. Con tre teste d’Iberia (anzi cinque: anzi è d’uopo, cinque è più corretto; sì, perché due di queste, nella parte che riguarda il volto, hanno il disegno doppio) ruotanti attorno a un triangolo. Il disegno di almeno due, a questo punto direi senza dubbio quattro, delle teste, l’ho tenuto piuttosto leggero; anche il fondo, su cui ho incollato a caso la carta di scarto, ha un colore adeguato, eburneo semitrasparente. Solo una delle teste, quella in basso, ha i tratti più spessi e più marcati, o meglio solo in parte, perché nel resto, verso la nuca, è coperta dalla carta su di essa incollata che ne alleggerisce il segno; il senso rotatorio che viene fuori dalla postura, che tra l’altro cambia completamente la fisionomia dei volti, converge verso il centro che è un triangolo, piuttosto piccolo rispetto alle dimensioni del quadro e spostato assai lateralmente. Il triangolo è totalmente nero e sembra non avere fondo, come se fosse un abisso del tempo.

L’ho guardato più volte: mi piace, è un bel dipinto.

Nello stesso giorno ho iniziato, portandone a compimento il disegno, quello che si prefigura come un imponente lavoro, e che ha tutti i tratti di una liquida vena aurifera, un camminamento agevolato e spinto da sottocutanee e invisibili molle. Pietro Longhi, veneziano – e questo è tutto dire –, veneto come Giorgione – non si poteva chiedere di più –, ha dipinto un quadro straordinario. Il Rinoceronte è lì che mangia, e per esso il pittore ha creato un’organizzazione dello spazio e della psiche che rasenta la perfezione. Questo dipinto, sollecitando un riavvicinamento di memorie lontane, prescinde da un’eccessiva euforia creativa che annaspi sugli effetti di un’ubriacatura da vino e colori; avanza, come si dice, coi piedi di piombo, e brindando con vino d’epoca, sorseggiandolo, si fonde con Ercole, Amleto, Don Chisciotte, Iberia. Tutto qui e tutto ancora da scoprire. Vedremo gli sviluppi, come disse Magritte a Delvaux, una domenica pomeriggio, da una stanza all’altra di Palazzo Bricherasio. Saranno forse i fasti eroici del volo ungulato di un vampiro fornito di corni-canini, uno sul naso e l’altro in fronte?

[…]

27/8

Mi vien facile pensare, naturale vedere, più che nelle facce poste di fronte, più che nelle inespresse labbra coperte da maschere bianche – o in quegli interni immobili con quei corpi che coi muri e i pavimenti fanno unico corpo, tanto cari ai pittori che, spendendo la pelle che hanno addosso, alla claustrofobia devono buona parte della loro libertà conquistata – proprio nelle figure poste di spalle, che dal profilo del volto danno moto verso di noi, il “ghigno senza il gatto” di Bacon, non l’esplicito sorriso gioviale, o gli occhi scuri orientali separati dal profilo clownesco di una narice che più tardi sarà di Rousseau il Doganiere: il pittore contrabbandiere di poesia.

La penna che non scrive solca il cartone, così il ferro incide sulla terra una grafia che la pioggia e i terremoti stamperanno, indelebilmente, nel cielo disegnato su carta antica. Ogni riflesso racchiude in sé il prodigio di essere tale, come una pagina, mentre si fa un rapido bilancio di ciò che ci ha appena detto, e nell’atto di chiuderla ci delizia di aspettative per quella che viene dopo, schiarisce la precedente.

G.S.

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