DIPANATE LIANE

Oggi, 13 marzo 2019, giornata magnifica al museo; ieri mattina giro di esplorazione, stamani, dalle undici a mezzogiorno, munito di fotocamera digitale desiderosa di mettersi all’opera, in quel momento, subito, tra gli anfratti del colore e della pittura: questa, essa, stamattina ha mantenuto – superato – le aspettative e le promesse, tra i felpati passi dell’andatura in avanti e retromarcia di perlustrazione a conferma e garanzia, che ventiquattr’ore fa avevo immaginate.

Solo io e qualche custode. Un silenzio non nuovo per me, ma da tanto tempo non lo sentivo di così inspirabile espansione e tale riempitiva entità. Così silenzio! Godibile nella pienezza sferica dell’assenza di ogni rumore, fuorché quello dei piedi che scivolavano su cuscini di storie anche irrilevanti, storie più o meno influenti di altri luoghi, e che questo, adesso, si trova a custodire; della suola che si staccava appena dal pavimento, della piegatura di maniche e corpo del giubbotto appena tolto e, rivoltato verso l’esterno, con la parte felpata – sopra felino e anche sotto, un tutt’uno gatto tra cortecce e cortecce scorticate nelle quali il tempo s’è fatto le unghie, portandomi (giunta era l’ora), analista dell’ombra, ma guarda un po’! verso l’apertura di cervelli illuminati – appoggiata, la calda felpa della nuda giubba, al braccio sinistro; la bruna giacca da mezzo tempo a cerniera lampo non pesava, non ingombrava, mentre con tre dita della destra tenevo “l’occhio in attesa”, il quale, vigile e pronto da un po’, avrebbe carpito quegli sprazzi di luce riflessa, sconvolgenti per lo strato pittorico in sé e per le fisionomie rese distorte, nel susseguirsi, attimo dopo attimo, di cangianti dismorfie: quei visi li conoscevo già, sicché le sorprendenti loro espressioni mi erano familiari seppur deformate, abbagliate; una novità nel momento dell’apparizione edificava – edificante presa rapida – e consolidava, subito dopo, il ritorno di una consueta e sinistra – nel senso di emisfero, a proposito di scorza – frequentazione. Ma, lo sapevo, i lievi rumori degli spostamenti attenti mi appartenevano, dunque non arrecavano danno alla danza ebbra dei passi, né disturbo ad alcuna delle volatili percezioni con ronzio lì – tra di esse – allocato quale colonna sonora di mosse ripetute, paletti uditivi che nell’incedere mi facevano sentire vivo tra le cose ultime – appendici di una storia di tante storie – che parlavano “stavano straparlando (anche) e scherzando” con me, erano dell’umore giusto, il carattere disponibile che in quel trasloco di tempo occorre avere, per un dialogo di luci tra cervelli, lungo la dodicesima ora che dal meriggio separa, e che bisogna percorrere per essere puntuali alla metà, il segreto eccentrico del metro quadro dove convogliare notte e giorno. E spostamenti di fianco, sguardi di sbieco, dorate cornici stirate da una parte e schiacciate dall’altra, corpi contratti, altri accorciati da accidentali prospettive si slanciavano in convergenti vie di fuga verso l’alto brunito, l’aria massiccia, pesante; bronzea. Un metro quadro di vecchio lino ossidato, e i saluti di commiato di tinte e imprimiture vissute a tu per tu, gomito a gomito, mano nella mano per troppo frettolosi assaggi. I gomiti, sbracciati, erano gli stessi che qualche ora prima erano stati appoggiati sui braccioli sporchi degli sporchi sedili del treno. Quanta polvere dei campi elisi del mito in quei sollevamenti!

Solo io e uno, due custodi nel corpo di quel silenzio. Perché quando dentro di me qualcuno parla, e quel qualcuno sono io, anche riflesso in una prospettiva di mobili parole pensate e da tenere a mente, anche riflesso, come in questo caso, nei grandi specchi di anni andati, composti di più parti, specchi polittici di simmetrica realtà anziché pittura – sì straniante speculare pittura! –, con cornici dorate, di bombature rettilinee e riccioli, e il vetro macchiato con quelle forme tipiche, marchi dei vecchi specchi che spesso l’immagine deformano, l’espressione più che altro, quando dentro di me qualcuno parla, è qualcuno che conosco molto bene, e decifrare so ciò che in quel concitato vaivieni e frangersi di onde mi vuol dire, sono vortici di richieste e assenso, di parole dette di fretta e con altrettanta velocità ascoltate per non perdere il passo.

Fuori tutto taceva; in servizio di sorveglianza entrambi, un ragazzo e una ragazza; le loro voci provenivano da altre stanze con sculture e paesaggi urbani dove prima avevo lentamente mosso i passi guardando i dipinti con abbastanza attenzione, ma senza l’intenso coinvolgimento emotivo avuto e riversato nelle sale precedenti, prive di luce naturale queste, al contrario delle altre affacciate sul cortile con le imposte esterne aperte che ne avevano troppa, e un ristretto spazio per le sculture coperto con vetri da ambo i lati, il cui chiarore diffuso risultava eccessivo; quel ragazzo e quella ragazza, presi dai loro scambi d’informazioni, non si accorsero quasi di me, probabilmente avevano visto, nel visitatore indaffarato, presente e assente, tutto occupato e preso dalle fotografie che stava facendo o scegliendo di fare, un rassicurante turista che non poteva costituire pericolo per l’incolumità delle collezioni – mi capitava ciò, simile atto di tale tipo di fiducia, pure al Cimac, quando l’arte contemporanea era al quarto piano del Palazzo Reale, altresì perché lì i custodi mi conoscevano già, di conseguenza non mi seguivano allorché mi attardavo nelle sale, ognuna di esse dedicata ad un singolo artista, lungo il corridoio; inesistente l’interesse delle foto alle opere allora, ma era quello, anche quello, uno di quei luoghi dove di tanto in tanto andavo a fare le mie passeggiate dopo pranzo –, attraversai quindi le sorridenti frasi da essi vicendevolmente dette, uno stava da una parte, una dall’altra, in una apertura di congiunzione tra due sale; passai tra di loro come se fossi aria (c’è qui una leggera citazione di Franz K.; no, leggera no, difficile quantificarne il peso, certamente però non ha il senso di quelle “Confessioni e immagini” lette in un libro della collana Medusa molti anni fa, sovraccoperta dorata, copertina rossa).

Alla loro età non mi sarebbe passato neanche per l’anticamera del cervello il pensiero che a distanza di qualche mese avrei avuto la riduzione sul biglietto d’entrata ai musei che agli over sessantacinque spetta, non che qui serva, l’entrata è gratuita, per un periodo non lo è stata ma adesso sì, come lo era, che io ricordi, decenni addietro. Sono i probabili quaranta anni che separano la mia età dalla loro a fare la differenza sui modi in cui la vita viene affrontata o compresa, ed è questo lungo periodo a far sì che si chieda a un gruppo di ritratti, di figure, di esseri vivi che per questi dipinti hanno posato, quello che io, pittore, Sostra, al terzo e definitivo nome d’artista – ce ne sarebbe un altro, Giacopelli, il cognome di mia madre, ma forse avrei dovuto osarlo prima, come Picasso ha usato il suo, lungo un certo lasso di tempo per quanto mi riguarda, mentre il pittore ispanico, con massicce mani volanti d’insetto, vita natural durante; adesso no, non ci sarebbe motivo, dopo Sostra non ci può essere nessun altro nome –, dicevo del ruolo che in questo luogo cercavo e volevo, e che io, sempre pittore e dintorni, nient’altro al di là di artista e affini, colui il quale nell’attuale momento si avvale della fotografia, in questo luogo ho trovato. La luce, un tempo amica dispettosa dei quadri verniciati da fotografare, con diaframma molto aperto, contro le sorgenti luminose, oppure con queste, due disposte a quarantacinque gradi ai lati del dipinto, una da una parte e la seconda dall’altra, oggi è ricercata complice, escavatrice di abissi, nell’evidenziare squame disordinate, concentriche, spiraliformi; percorsi dovuti all’elasticità della tela, al colore che non riesce a seguirne le variazioni di tensione, oppure causati proprio dalla vecchiezza, anche in seguito all’umidità, o all’aria secca di luoghi vicino a sorgenti di calore, al colore mesticato male, al medium non appropriato, e a tanti altri fattori che in cento, duecento, trecento e passa anni possono verificarsi, oltre che per cosa nata con vocazione alla rovina, al momento stesso della realizzazione per imperizia nel metodo. Queste, oggi, tredici del mese terzo, non sono pecche del dipinto, dei dipinti non sono lacune, non sono errori, menomazioni, perdite di splendore; di essi, invece, sono zone di ricovero e abbagliante restituzione, come di metallo infocato al rilascio di luce, calore, brani di pittura, pulsante mosaico di pelle. Non difetti e smorfie, ma ricercati pregi dal nuovo aspetto in fisionomie da scoprire, nelle loro nuove espressioni, bruxiste – il barbone di Karl le avrebbe celate –, mandibolari, anche ironiche, beffarde se non truci, corrose da una fonte luminosa di sguincio, che l’abbassamento di tono verso il nero, comune a tutte le tele a olio di un ragguardevole esser stati con coscienza al mondo e per la cui nascita occorre andare a ritroso di secoli, degenerando i colori, soprattutto lo scuro del fondo ai ritratti, accentua nei punti di riflesso infiammato di scoppiettanti luci.

Risultare invisibile, o quanto meno non degno di uno sguardo scrutatore teso alla protezione di quanto loro affidato, “non essere” per i due giovani sorveglianti, acuì il mio piacere, e provai quel senso di pienezza che certa solitudine dà; mi sentii solo, e bene, all’interno del museo.

Molto meglio quei quadri di non grande valore – s’intende che non devono esserne proprio privi, se no, anche con tutto il comfort auspicabile, cercato e trovato, viene il vomito –, ma in un personale, intimo, diretto rapporto, che i quadri cosiddetti blasonati, i posti frequentati, in luoghi di conseguenza affollati, visti tra una testa e l’altra di una marmaglia in un chiacchiericcio fastidioso che nell’assopimento estetico diviene stordente frastuono, e un altrettanto disturbante rumore di tacchi, ciabatte e cigolio di suole in gomme spesse e rinforzate, si direbbe viepiù da armamentario corazzato, inopportuno surplus ancorché griffato-strampalato cui masse volubili di flaccidi singoli s’accodano: la moda; le mode! Cos’è mai la testa umana, quant’è facile tirarla da una parte o dall’altra, fargli fare quel che i furbi vogliono. Pure l’esclamazione s’ammoscia a pensarci, e si scioglie in ritirata. I modaioli, i seguaci, i sempre all’ultimo grido, se solo imparassero ad usare la zona critica, il no, il dubbio, il dissenso: ci devono essere da qualche parte nelle loro teste, latenti, addormentati. Uno scossone, suvvia! Coraggio, ardimento; verticalità, con i piedi a mollo all’acqua, salata quanto basta per l’aurea sezione. Il teatro dei muri ribelli, un teatro che è “il teatro”. L’aquila di Prometeo, uno e due. Lorica. Teatro claro, Teatro dell’ombra.

Il riflesso, contro cui tanto si lotta quando si vuole fotografare in modo decente il dipinto che sta sotto la patina della vernice finale, è qui ricercato motivo di sconvolgimento fisionomico, espressivo, in riservati aspetti di allitterazione cromatica, vestibolo per una figura nella sua parte centrale – che baricentro non è – travolta da un campo luminoso distribuito nei mille e mille punti di ciò che resta della trama terremotata di una tela oleata. La vernice distesa, in queste stanze, oggi, anch’essa di per sé incupita, a volte ingiallita, quando fu applicata sul colore secco non ebbe solo uno scopo protettivo e conservativo diretto ad un futuro anche lontano. Nell’immediato doveva rendere più scuri gli scuri appannati dall’assorbimento da parte di imprimitura e tela: gli scuri che stamattina sto cercando. Produrre profondita maggiori, ai pieni di fondo, di quelle ottenute dal solo colore dato alle forme, quando, dopo la trasfusione da un vivente a un’altra vita, l’odore d’essenze volatili, l’odore d’impasti, hanno da tempo preso vie aeree, abbandonando luoghi gravidi di pose e profumati di giorni, talvolta settimane di lavoro. La voce opaca e roca dei prosciughi, dovette, allora, mettere a tacere la vernice. La restituzione di prospettiva propria del colore aitante persa nel rinsecchimento della resinificazione, da odoroso a inodore, da unto a quel secco che tradisce, marrano (quanta infima storia in tale parola), carpisce e porta via luoghi immaginati nel mezzo di una lucente superficie, appiattiti nelle vicinanze del nulla disteso sopra una patina sorda – in una sola occasione la sordità dell’assorbimento dell’intonaco (a olio!) fu parte del tutto –, è un giro di giostra perduto ma che posso ritrovare. Stamattina. Ora. Dando importanza e bellezza a questi dipinti; qualità e proprietà di transito, fuochi accesi di scoperte e spinte a viaggi anche perigliosi per scelta dell’eccesso che normalmente la pittura, le pitture qui presenti, esse, in modo tale realizzate, non hanno la forza di contenere e far vedere.

Ovviamente un quadro di Monet rifugge dalla selezione lievitata nella prospettiva degli scuri, prescindendo dalla profondità a volte fatta di vuoto ma pur sempre immaginifica; come pure Pollock, Picasso; artisti come loro ricercano con altro metodo nuova sostanza nella materia del colore e nelle sue possibilità, traccia della potenza propria, per pennellate o colature che espressa sia: la vernice nel loro caso incatenerebbe i livelli delle dimensioni sovrapposte. Vero è che lo smalto con l’olio di lino cotto, nel caso del pittore americano, ha una insita lucentezza, ma sono opachi gli spazi tra i fili sovrapposti di colore.

Altro discorso il vetro per Bacon e la sua pittura, opaca perché sparsa sul lato non preparato della tela, sopra il quale uno strato di vernice risulterebbe similmente appiattito o quasi, a sua volta con chiazze di maggiore o minore assorbimento. Il vetro apporta la chiusura del diretto accesso per aprire altri varchi di riversu quagghiu, il quadro si rende restìo a facili confidenze, si può dire invalicabile a chi lo sta guardando; nello stesso momento, di questi introietta e rende visibile il riflesso, l’altro sé che si fa dipinto, attesa e luce nell’ambiente chiuso tra le cornici e i vetri; e, naturalmente, il colore asciugatosi nel buio di uno studio di sommosse iconiche sotto un abbaino. Ancor meglio nel caso di uno moltiplicato tre. Si parla di riflessi, ancora naturalmente; di immagini. Così, qui, proprio qui e in questo momento, si fa l’immagine o si muore. Sbrecciando pie porte a destra e a manca. Coraggio, che la vita è un passaggio.

Il vetro su una superficie verniciata non ha senso.

Cos’è la qualità di un dipinto? Quella supposta qualità che si ritiene debbasi cercare e augurarsi di trovare nella riconoscibilità somatica di una figura, l’effigie di chi, somigliante a chi, secoli prima è stato vivente? È giusto che sia questo? solo questo? che la “Qualità” si esaurisca in tale pochezza di mezzi usati per ottenere risultati in cotantopoco modo men che dimezzati? Oppure, per giustezza, veramente esso pregio lo si trova quando l’apparenza viene cancellata in un valore virato, in un cimiteriale disfacimento di pelle e sottopelle, fino alla grafite, se questa, angolare svolta, un tempo lì ha trovato luogo per dare i tratti di partenza, le sfumature e le filiformi coperture d’avvio? Cancellata, dunque, perciò valorizzata sull’evidenza di linee, tagli, screpolature circolari, a scaglie cornee; motto danzante di un casuale, bizzoso sollevamento o semidistacco; la ricerca di un punto; un attimo che può essere ripetuto, nel quale viene restituita quella luce vogliosa di divorare il volto, dandogli una fisionomia nuova, somigliante al tempo che è passato e che io sto in quell’attimo vivendo; io, volto finale colpito da quella trama vissuta di crepe. Ma, in tutto ciò, sento un senso di benessere e appagamento che non trovava rifugio in me da molto tempo, mi sfuggiva con la banalità di cose d’ogni giorno e il volto liscio – pensato, immaginato, in tal guisa visto – di quella figura la cui pittura interiore, sotto sembianze apparenti con una non tagliente e incisiva luce, nell’usuale e dunque ammansita verve propone; visi di persone che un passato vide in posa, non corrotti. Sbagliato! Sta’ a sentire: è nella quotidianità del trascorso tempo la corruzione, quello semplice semplice d’ogni giorno, e giorno dopo giorno, occupato, frastornato, rovinoso, soffocato da stupidaggini di due millenni e cupe menzogne spacciate per verità trascendenti, trappole aperte per ogni dove, sfuggire alle quali costa fatica, mesi, anni e tranquillità che ci vengono rubati, privazioni che invece, rivoltando la frittata, da loro – sempre i soliti noti, che lì stanno da troppo: non se ne può più – vengono vendute come “gratuita, immortale bellezza”, altra manifestazione della simonia, uno dei più famigerati mezzi con i quali per secoli i millantatori si sono arricchiti. Sono rari i dipinti di “quel tipo” che non abbiano come materia costituente la corruzione il cui sostantivo nel di qua è aldilà. Non sappiamo che farcene di quella cosa che chiamano bellezza quando questa è menzogna attiva presentata con le misure di miracolosa salvezza (da che? Dalla plastica delle delizie? dal sovraffollamento? Dalla contraccezione come delitto?). Non ci servono regole criminali, ci siamo stufati di avere queste palle al piede.

Le pagine, pagina dopo pagina grondanti ferro fuso, di un libro che sto leggendo, scritto nell’88, mi portano a chiedermi se davvero gli umani siano dotati di qualche proprietà che ad essi dia la possibilità di formulare un pensiero dopo l’altro. Humanae Vitae è un testo mostruoso, scritto vent’anni prima della pubblicazione di quel libro. Come è possibile che persone – persone con razionalità e capacità di giudizio – non si rendano conto dell’assurdità, invadenza, impudenza di quei biancovestiti che occorrerebbe cancellare dalla propria mente in modo definitivo? Rimuovere! Rimuovere, cancellare, combattere come si combattono le malattie. Certe “bolle”, certi documenti sono degli atti immondi, dovrebbero essere relegati nel settore delle cose criminali, e perché tali combattute con ogni mezzo.

Ho dato, all’immagine, un intervento con un pastello che non ero nelle condizioni di vedere per le normali vie di analitica manipolazione, seguita, come disiato riflesso, da accalorata quindi soddisfatta approvazione, e ha, per questo motivo –  l’intervento illimite –  lasciato invisibili tracce; di luce, la pasta sin qui adoperata. Pastello lucifero, portatore di luce; mostrine di luce sulle spalline del tempo; mostrine, i gradi di fine carriera, i freni elastici di fine corsa, tira tira finché si spezza. Dai, tira tira che si spezza.

Dipanate liane, perché inizialmente avevo pensato di inserire la stampa digitale tra righe bianche parallele in un cartoncino nero con una nera trazzera in mezzo, verticale come un quadro appeso. Stamattina, 19 marzo, ore 7,35, ho visto, e attraversato, delle strisce pedonali di un usurato bianco sull’asfalto crepato, Toh, ho pensato e detto, e fatto subito un collegamento a qualche giorno prima, ma anche ai quattro di Liverpool a lesti sbracchi in una diffusa idea di copertina che musica contiene, e parole, e campane, non tubolari, campane di paglia per assorbire il suono, di terra per frenare e congelare l’andatura, di terracotta per scongelare il passo. Parte un unico (lapalissiano) nuovo giorno. Verso sera sarà Quasi (quasi?) zoppicante. Va bene, è lo stesso. S’è incantato il disco, s’è aggrovigliato il nastro. Ha chiusolaporta. Sono andati tutti via, non c’è più nessuno. Deserto; arida terra bruciata: queste, le conseguenze di una promessa.

In treno tutti i giorni per e da Milano; per tutta la settimana, undici-diciassette; marzo. Centodiciannove dopo Nietzsche. 119 dienne! II secolo D. N.

Per, andata: quei figuri sono accanto a me (mi sono, da viaggiatori, accanto, di fianco e di fronte, anche fuori dai vetri, tra gli alberi, lesti a sparire i prossimi, proporzionale alla distanza il tempo dell’indugio e permanenza, dove la lontana base – variabile – del cono-quadro prospettico – anch’essa portata alla fuga ma con lentezza – ne aumenta la durata della visione, che tende a svanire ma si attarda, e sembra che con la sua allegra brigata di arida terra, tra cretti aperti da luce e vecchiezza, giri con tutta calma in tondo, come vorticando sopra dell’acqua stanca, o per meglio dire acqua che non ha fretta, disponendo a suo piacimento di tutto il tempo che questo mondo dà loro, ai compartecipi, in dote), in posa si trovano e mettono, figure e figuri tra le pieghe del colore; mi correggo, non del colore, della pittura; quella linea infinita di screpolature su vetusta tela, abbuzzata sì e no, non è colore, è pittura; ma illuminata pittura. Luminosa pittura, di rimando; pertanto, oggi e solo oggi ché sono così alto e leggero, luminosa in sé.

Da, ritorno: so già cosa potrei scrivere, tutt’altra cosa, come una cancellazione d’altri tempi, ma se avrò voglia ne scriverò stasera; giornata grigia, ventosa, ho con me l’ombrello, verso sera potrebbe piovere, debolmente ma potrebbe venir giù dell’acqua, non mi va di prendere i mezzi perciò portarlo è stata un’idea sensata, u paracqua. Ore 13,40, Voghera; prima ero da solo in una sezione del vagone, inferiore, come capienza di posti, rispetto alla o alle rimanenti – una volta i vagoni erano meno articolati e privi, al loro interno, di più livelli e saliscendi; soltanto un corridoio di quindici e tot metri e lungo uno dei suoi lati la fila di scompartimenti da sei posti –  ora è arrivato uno, si è seduto sedili più in là, meno male, meglio così, preferisco sentirmi ancora solo, e tale è la condizione in quantoché non lo vedo. Quello che manco a dirlo è un cellulare sta trillando, non è il mio.

Da, quindi, ritorno da Milano, con treno delle 19,25; so già che non ne scriverò, per stanchezza o mancanza di voglia, stasera… Stasera penserò: La certezza di oggi su che cosa avrei fatto adesso! Ecco la differenza significativa tra oggi e ora. Sembra di giocare a palla; sembra di stare in altalena di corda, cunetta o dosso in strade zeppe di curve, una segue l’altra, un punto preciso per il solito vuoto di stomaco dentro un’immediata cunetta dopo un gibboso dosso in via “campagna” e “station wagon” millecento glauca; sembra… sembra quasi di fare immersioni, il fondo con le pinne è vicino, come pure l’aria e il mondo vero diviso a metà: sotto e sopra l’acqua di, oppure ru – non du e non del –, mare.

Castello di Branduzzo: sono passati dieci anni dalle riprese per Dracula fatte qui, un portone che col vento si muoveva e un coltello in esso piantato che nel vento vibrava, trovai tutto già pronto, come per me preparato; presenza sonora di strada ferrata in lontananza. Pure. Con una certa frequenza. Anche questa ci voleva. Forse. Sì, ci voleva.

Lungavilla, sul muro di una casa che dalla ferrovia poco dista c’è una scritta grigia, in parte consumata da vento, pioggia, sole e vecchiaia; sbiadita, screpolata, avvizzita sebbene nella rigida postura che ne tiene all’inpiedi le deboli ma costrutte tracce. In accelerazione e corsa ancora contenute la scorro muovendo il collo di un quarto di giro; lette anche nel passaggio dei giorni scorsi – tante e tante volte ho fatto Tortona-Milano, ma quasi mai, prima di questa settimana, prendendo treni che si fermassero a Lungavilla, perciò mai avevo notato le squadrate, allungate e spigolose parole, pallide fuori dalle zone di corrosione e vuoto (la ragione sociale di una ditta? nei resti sopravvissuti alla limatura da avanzata età e sfarinamento da moderate intemperie negli anni diluite; trascurata ridipittura – restauro di un fraseggio, una ragione, sociale o meno, a pugnare contro “corrosione e vuoto”! – nelle parole tuttora leggibili e intuibili tra assenza e presenza che fu?)  –, superstiti emaciati termini, nomi propri e comuni – invero pochi, sintetici e lapidari: sbiaditi – che non ricordo, solo due ne leggo nella recentissima memoria: “fu Gaspare”, il perché è presto detto, è il nome anagrafico dell’artista che sta scrivendo di un breve viaggio (mi capitò, un secolo fa, allorché per un lasso di tempo rimasi giovane, di farlo e sognarlo un viaggio di uguale durata, corto lo chiamai, quello insieme ad altri della stessa natura reale e onirica, perciò corti, “I viaggi corti”), com’era il nome di mio nonno, il padre di mio padre Leonardo, a modo loro, di chi in questa tradizione non si inseriva, ma la tradizione a sé asserviva – sembra strana cosa detta riguardo ai fatalisti siciliani, zebre da soma nelle pelli segnate da quattrocento sbarre, una per anno di tortura, in materia sanguinante e in atrofia di pensiero, indotta da persecuzione inquisitoria –, l’anello della resistenza alla morte, la loro concreta ciambella del ritorno, salvataggio dall’abisso della dimenticanza. Primo: zoccu rissi. Secondo, mi preme ricordarlo, lavorandolo e porgendolo perciò in divenuta memoria che ritorna: il nome letto dopo la perentoria irrevocata sillaba “fu” cancella l’esistenza reale cui esso si riferisce, poiché qui quel nome comune non è, nonsi, unné comuni – nel senso di diffuso, frequente – si può dire che è raro, alcuni fanno persino confusione con Baldassarre, lo pronunciano storpiandolo in Gasparre, roba magico-teologica in una/in una indivisibile triade di nomi con cinque erre che invitano la sesta; con sette sparisce quel tipo di melensa favola, sostituita, questa, indi rimpiazzata da una terracquea tattica, bifida, sanguigna e non celeste, non genuflessa e men che meno sanguinaria. Quattromila punto zero cinquantaquattro. Altri – mi è capitato – si ostinavano a chiamarmi Cesare, anche dopo ripetute correzioni e rinfresco, da parte mia, della loro sdrucciola e sempliciotta memoria.

Arrivati a pievi; sembra di dire a piedi. Volendo, mi vien da pensare, a tre chilometri e mezzo l’ora, per trenta, quanto fa? Poco meno di nove ore; se uno parte, prima o poi arriva. No, non va; né prima né poi, ma impiegando giusto il tempo che in quelle condizioni di corpo e mente occorre, questo varia al variare dell’andatura del passo, se propenso a velocità oppure a lentezza, e, naturalmente, dall’ampiezza delle soste, se ce ne sono. Prima o poi si arriva: detta così non va bene neanche per la vita. Ogni spostamento da qualche parte arriva, e finisce allorché la noia sostituisce la scoperta, il conosciuto al conoscere. Mentre chi nell’altro mondo traballante poggia è come se mai fosse nato. Non vive qui e non vivrà nell’inesistente là. Non essendo mai partito è destinato a non arrivare, rimanendo cinto e strozzato dalla sua  imprigionata e aguzzina fantasia.

Arrivati a pv; con in mezzo la “e” si legge come qualche rigo e momento o giorno o settimana or sono: più di un mese è trascorso, in realtà; ’na simana è un firriuni, diceva mio padre, nato nel ’14 e deceduto nel ’12 del secolo successivo. Si potrebbe dire la stessa cosa di un mese, anche per un anno andrebbe a puntino – chi ppoi, a vulicci pinsari, è u centru du’ firriuni –, perché no; la stessa cosa per una vita, mia madre, Vita, vissuta dal 1921 a dieci anni dal duemila, quel 1990 che vide il rosso della terracotta coprirsi di azzurro marino nel mediterraneo suolo delle Esperidi, tra parzialità di calotte, sferica interezza d’agrume e porte cosmiche per aprire, anni dopo, il respiro montano nella casa di Nietzsche. Sulle Alpi abissali di Strauss. Scalate, passeggiate, discese, immersioni, temporali, mareggiate degli anni Sessanta. L’estate, ah, l’estate! Il sole, Sonnenaufgang! Quanto ossigeno riescono a contenere i polmoni in quel momento! È possesso, possesso di quanto gli occhi riescono ad abbracciare, tra le vette, a testa in su, con un completo giro tutt’attorno a sè; possesso, pieno possesso dell’acqua che in immersione il proprio corpo contiene, copre, circonda, accompagna, a testa in giù verso il fondo, verso lo stesso, dissetante silenzio in alto sorbito.

Sta salendo gente, finito l’incanto di solitudine e silenzio. Smetto.

La rottura del silenzio ha avuto breve durata; dopo la ricerca del posto, triste visione, che accerto e stimo: fonoassornenti soffietti séparé; lauta visione di teste chine, come di mummie rinsecchite appese per il collo.

Milano Lambrate. Non rilascio interviste mangiaparole.

Visione – indifferente da diciannove minuti – senza allegria né tristezza (l’ancòra! è durato appena quel minuto mancante all’appello, a posteriori, del tempo impiegato per quello spazio percorso: è vero, u tempu, determinato e indeterminato, vago o misurato, sciolto o stretto da lacci è tuttu un firriuni, e passa comu si fussi nenti, annodandosi in pacchetti di memoria con etichette che pian piano tendono a svanire, insieme ai disegni simpatici che sfumano via), assente sguardo, dall’alto in basso provo a definirlo, e con mimica bloccata, nessun segno di approvazione o disapprovazione, verso le curve teste su pochi pollici cadute. Schizzi di colore azzurro della stessa tinta e tonalità del piano di sostegno e coperchio ad incastro per quello che una volta poteva essere definito un posacenere – svuotato sì ma non pulito chissà da quando, il posacenere dalle/delle ceneri –, oggi gettacarte; anche se in miniatura, miseramente capiente: Miseria! miniature (per) di carte. Vetri dei finestrini – pure lo scorrevole è sigillato – sporchi e schizzati di verde, sangue d’insetto, musica di beatles, rattle, rattle... Siamo in arrivo a Milano Centrale. Davvero? con un ritardo di sette minuti. Ma davvero? non ti lamentare, poteva andar peggio.

Lupi! Li abbiamo già visti. Prima. In viaggio verso la mia casa. Certo che ero io alla guida della carrozza. Sul bordo d’orridi senza cadere, nessuno avrebbe potuto fare altrettanto. Il precipizio è solo la vertigine dell’altezza quando un si voli vulari. O non si è ancora capaci di farlo. Ma si può imparare, il coraggio di volare non necessita di spostamenti fisici, basta pensarlo, da svegli; sognarlo, da dormienti. Annullarlo: da defunti. Morte e trasudazione, Tod und Verklärung, fisiche anch’esse, sia la morte, sia la trasfigurazione, cioè la decomposizione, la scomposizione, la liquefazione, il discioglimento, il fetore dell’annullamento come unità di componenti, concime per quanto verrà dopo. Perché quella faccia spiritata?

Li sente? Sono i figli della notte. Che musica!

Fine corsa del treno; strisciata d’inchiostro da contatto col mignolo su “Siamo in arrivo a Milano Centrale” non tradotto.

Dell’intera bicicletta resta un toro, solo la testa; ma questo è un toro che scalpita con la testa e dalla testa pendente cade come gl’impiccati. Sarò breve: ci sono stato, tra rimandi, carambole e triangolazioni di luci. Per oggi non ha nient’altro da dire, diranno stasera, lanciandosi quei riflessi soltanto quest’oggi accumulati nelle feritoie delle distorte prospettive misurate dagli sghembi sguardi. L’oro delle cornici non riluce mentre al buio cammino tra essi, figurini e figurine, appesi alle crepe del loro angosciato fango come tori di bronzo refrattario. Non ho nient’altro da dire, è stata una bella giornata. Il manubrio è l’antenna radiale di un ondulato mugghito. Gli sgabelli a tre gambe sono instabili; mai salirci sopra! Con quattro, sono tori a sette zoccoli, coda e criniera equine in bianco/nero – il pelo fulvo lo scordano e l’accordano, son lì per questo, è il loro mestiere; come di pitturare il mio, al suono delle porte che dietro di me sbatto e chiudo – e due corni doppi, la macchina del vento e la lamiera del tuono. Di tutta la bicicletta è rimasto un solitario toro. Con due corna e una sella oscura. L’invenzione del fuoco – il fuoco è luce. È con affetto che il latore della presente ha detto ciò che ha detto. Vedi, v…? C’è la firma di D.

Soffietti ad origami tra un vagone e l’altro, odore di latrina. Soffietti per macrofotografie d’insetti su lune lontane. Soffietti per il banco dei pegni nel cui deposito-archivio lasciare a tempo indeterminato immagini mai riprese, mai stampate, mai consumate, causa di un tediologico divorzio; in fonfo, burocrepiti scribacchini dell’aldilà. Altidà! Intollerabile abbraccio mortuario. Bagordi, crimini, fanfare e bande di paese: la festa dell’illibata. Signore e signori, benvenuti a bordo del treno diretto a Milano; il treno scorrerà sulle fermate che non vi portierà (stasi di pensiero) a fare. Vi ricordiamo che sui treni è vietato salire. E dai treni è vietato scendere. 5 – 7 aprile 2019, nulla d’importante. Imponente, sopra la terrazza impermeabilizzata di un mobile, Eiffel con la sua torre, e, accanto, la Colazione nell’erba arricciata d’intorno a una dolce fessura, l’accogliente giardinetto profumato da baciare e sfiorare con premurose carezze, da esplorare, da riempire. Da lasciare: piano, piano.

’Mmaculatu ’nziru ciaccatu di Tagghiavia.

Via Luigi Rossari, ore 15,50. Tra Roma del ’79 alle due di pomeriggio e Borgo Schirò del ’67 a qualsiasi ora. Due penne, tre pastelli bianchi e due matite nere, una pure rossa, una pure verde. Una matita blu, dentro e fuori. Una penna di gallina per scrivere intingendola nell’inchiostro di un uovo-pomo-calamaio. Le sonandati per traverso i semi di mela. E dire che i sonagli l’avevano avvertita! Ma così sono andati sprecati i semi. Ma che ne capisci tu, fumo bianco, di vita umana? Peccato. Lavare. Peccato… ma ite a

Un punto una goccia, un punto una goccia, un punto una goccia.

Sono di qualità questi quadri? Lo sono diventati, oggi; luci e ombre li hanno aiutati ad esser presenti con un aspetto per niente affaticato, non in salita e non in discesa; né in vetta né a valle: neppure alla deriva sull’acqua che manco si muove. È tutto lì, fermo, gratificante e pacifico, irreprensibile e illuminato dal sole delle undici, una bella ora e un bel numero, tra la scomparsa dei postumi di una sbornia mattutina – di caffè e cioccolato – e le prime sollecitazioni dell’ora di pranzo che s’approssima, sono in giro e perciò senza la vicina compagnia del vino, rosso naturalmente, il bianco è poco colorato, come la pasta in assenza di sugo, accettabile ma non sa di pomodoro. Oggi panino, panchina e sole, e gente che passa, nelle città ognuno si fa gli affari suoi, tranne qualche immancabile disturbatore.

La si può chiamare qualità? Campane tubolari o cornute campane di mucche? Sono di qualità questi quadri? La domanda siffatta è malposta. Lo sono è la risposta. Alte luci e profonde ombre li hanno aiutati a salire sulla scala della nobiltà di corpo, nobile status che di chiacchiere dell’anima non sa proprio zoccu turriuliarinni. Luci sopra e ombre sotto i pioli fino allo spappolamento in essa nobiliare intera indole; la qualità si vede e si sente, è il silenzio la carica e la potenza qualitativa che si sente, il crepitìo della materia che si stacca. Milioni di cellule mentali stanno divorando la crosta pittorica, lasciando viva e scoperta la vecchia, tessuta carne della tela, in essa sono cadute le meteoriti prese dai cerchi che si allargano come galassie verso una nuova era oscura, quella di ogni giorno che passa, e qualche linea somma, un nuovo giro di crepe apre, nel suono di sfaldamento che ci gira attorno. Avanti aratro: precipizio. O-tello becca la mela. La montagna è salva; i monti pure, anche il mare e le terre emerse. L’altromondo ha cessato di esistere. Ce ne siamo liberati. Era ora. Finalmente siamo scatenati. Sparita quella combriccola di aguzzini, risucchiata dalla colpa d’esistere da loro inventata, quella banda di distruttori di libri, gioia, sorriso, corpi e conoscenza.

Ribelliberi muri sono i muri di Sostra. Lo sono e non lo sono. L’ombra di luce e gatto nell’ordine: A, sesta, pronuncia tra luce e gatto; S prima, R quinta, O seconda, T quarta. Seconda S terza. Io parteggio per i muri di Sostra. Da parola a materia; parola è materia, terra cotta con il fuoco. Anche la parola è materia, cosa la compone se non colore, luce, scambi elettrici, suono, nere fiamme di focu brunu, bianchi fiammi di focu nivuru? La finzione dell’aldilà non può avere parola, l’innominabile muto nulla. È innominabile, è muto, scivoloso nulla in trappole di calce spenta, sugna nei lati chiusa da fiancate di tufi gialli. Quanto grasso è colato in sante fornaci dove quella che quei maledetti sadici chiamavano eresia (e così sia!) andava a fuoco, pareti annerite da terrore, dolore e inestinguibili urli di carni martoriate, sofferenza soffocata da studiate inclinazioni di muri e occulte, tortuose aperture per santici voyeur di strazio e grida. Con quale faccia pensano che tutto questo possa essere dimenticato? Con quale faccia ripropongono punizioni e castighi ultraterreni che quelle quanto mai reali sofferenze prendono da riferimento ed esempio? Come può la gente andare ancora dietro a tali torture e storture di pensiero? Non nutrite ammirazione verso gli artisti servi di ogni epoca e grado! Vi tarano la mente, vi riducono alla mercé di coloro i quali vivono del dominio che su di voi hanno. Sbarrate le vie di penetrazione (tale parola è tutto un programma) – urla e grida, scoppi, violenza e pianto, morte, non viva e viva musica: negata, rubata, infilzata, distrutta… (triadi di cannibalici) corruttori loro che ciò hanno fatto –, dall’illibatezza al celibato alla negazione del corpo; alla depravazione di e in ogni mostruoso ordine e grado.

Goya è stato in questo luogo. Goya vi è morto. Si è in questa terra dissolto, s’è squagliato tra le quinte. Sipario Bordeaux e ondeggiante passa-tendolemani, tutti i corni in piedi, 31 maggio 2019, coordinate x,y. Modulo4, sezione aurea, un terzo in basso, due terzi in alto; suppergiù, all’incirca, questo sta a questo come questo sta a quest’altro, col dito indice puntato sul piano e su di esso quattro volte si sposta, verso il basso, per terra e sotto. Quattro anni di proiezioni, piani e volumi, diagrammi; zero virgola seicentodiciotto. Seicentodiciotto sempre in alto, trecentottantadue soltanto in basso. Secondo il Modulo4 dividevo la tela, già nel ’73, forse anche prima. La non divina proporzione, il terracqueo dimensionamento, quello preciso, tale e quale, né più né meno della natura, semplicità e complessità insieme, naturalmente, appunto, cosa occorre desiderare oltre a così fatto equilibrio di forze? I piedi saldamente piantati a terra, è una delle frasi di queste otto pagine, parole pensanti tanto quanto è pesante il piombo, ancora ferma e stabile zavorra, antivento, contro barbarie, paradisi di alberi proibiti e sapienti liane costrittrici di obrobriose regole e sciocca ignoranza, il piombo non vola, non sta in alto. Che è, piombo dell’altro mondo? I pallini di piombo delle parabole, la gittata di una palla, la palla attraversa il cielo e poi cade, già allora cadde, eh già, seguendo quella linea lì, a parabola, i grigi archi delle palle. Quante balle le parabole? Traiettorie di bpalle, traiettorie di parabole. Il secondo Giulio se ne intenteva di questo tipo di tratti curvi e campagne sanguinose, quelle di ferro e piombo, naturalmente. Naturalmente? È il parterre temporale, signori, lo stato, ah, quel 1870! L’hai la dura terra, perché non l’apristi? No le api. Perché le cose vengono lasciate sempre a metà? Perché non furono lasciate a Modulo4?

Sostra

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