RICHARD STRAUSS II: ARCHI, LEGNI, OTTONI, PERCUSSIONI

La “s” con il silenzio ora poco poco ci ’ncucchia; n’anticchia, e si n’anticchia c’è, ce n’è già abbastanza. Che ne pensa chi con la testa scrive, gli chiederò.

Io non sono il mare, vero? E che? C’è un altro mare? E sarebbe quello il mare vero?

Eine Alpensinfonie, dirige Rafael Frühbeck de Burgos, con lugosa, pizzuluta crepitudine selvatica che da altri mi aspettavo, in altri cercavo; ma v’è quella sporgente lingua, come di chi stia soffocando: sulle Alpi ad una spinta altezza d’apnea montana; in fondo, in fondo all’acqua marina, mediterranea, di mito e viaggi. “Il” viaggio: grecità e vichinghi spostamenti, transilvane esplorazioni, triangoli in volo e spirali ad anello. Vasi naufraghi: il fondo del mare è fatto di  gusci e conchiglie a forma di anfore e cocci; il fondo del mare è fatto di cocci e gocce pesanti più delle altre.

Troppo preso da sbottata estasi Herbert. Ironica saccenteria e motti di sufficienza Maazel. Tra le vette devi poter apprezzare l’aria, come se fosse vento di storie enciclopediche, raccontate dal comodo acciottolato di salate e oscure depressioni.

Foglio quadrettato di computisteria piegato in due; fitti quadretti da studente maturo e non (picca ci manca, un mese, un anno, una vita, una morte). Ancora il colore di quell’improvvisato contenitore per scritture, manco a dirlo senza inquadratura né intelaiatura. La metà, fruttata e livida, sminzata s’immedesima, cresce, per il distacco avvenuto in un lento, più lento, e ponderato tempo. Tolta, con un gesto da poco, dall’insieme: ora senza la metà, di una parte e dell’insieme. Quasi come superare in discesa uno scalino inesistente (qualcuno si era dimenticato di metterlo) – allora avevo scalato e schiacciato, in salita (odore di aglio), lo scalino mancante –; piego il marmo-botticino in due, poi lo ruoto di novanta gradi. Non calpesto, non discendo, non ascendo la progressiva gemmazione di venature cartesiane e di regole auree il cui terzo sta dabbasso: è sempre di terra, mai di teoillogica aria viziata e necrofora. La Quarta e la Sesta del Sordo. Il tedesco morto un anno prima, a Vienna, dell’altro non udente (meglio sordo, in sillabe musicali e pittoriche, non udente si appioppa volentieri a una campana che non vuol sentir ragioni) andatosene a Bordeaux. Sedici anni dopo nacque Nietzsche, sei Degas, centoventisei Sostra, trentasei Strauss. Ritorno brontolando al binomio che sente con la mente: Umor nero negli ultimi quartetti al primo spetta; color nero, nelle strane fiancate delle partiture a calce e sabbia e olio culminate in uno strappo doloroso; innaturale strappo, sradicamento di proprie, non udite, giammai sentite grida. Scorticati corni, fiati, legni, timpani, tamburi. Oggi. Sento profumo di fiori secchi. Ciavuru di ciuri sicchi. Puru di pumaroru siccu ’mpanatu e frittu.

Cosa avrebbe potuto esserci, nel di allora divenire, se impedito non fosse stato da menti criminali e criminale barbarie? Forse, quanto meno, fertile terra per fabbri all’opera e costruzioni di concetti, avanzamento nella comprensione, si metta pure la conoscenza, nelle pagine di tutti quei libri bruciati, o non pubblicati – mai pensiero proprietà di tutti! Mai il pensiero, pena tortura, morte! Violenza e mediocrità al comando – tra le assenze e il vuoto nei mestieri rimasti desideri di chi a scrivere, anche a pensare, era capace, degli stampatori falliti per divieti a tinte piatte e non solo il geocentrismo, le concezioni ad opera di spiriti – le sacre scritture – Inconcepibile! – nelle idee mai rese patrimonio di tutti per la paura che bruciassero non solo quelle ma pure chi le aveva avute. Come fa la gente ad andare dietro a chi per millenni questo è stato? Come fa? Come fa a godere – e sperare – in tali catene, che sembra quasi, con spirito – santo – di autodistruzione, desiderare? Perché muore dietro e dentro a fantasie crudeli, omicide, inverosimili, venute fuori da menti che sconoscevano la cultura di ogni tipo, tranne quella furba di abbindolare le ingenue teste tosto pronte a tutto credere?

Non calpesto fili tesi e passaggi, non segno scrivendo, cammino intessendo parole, ricamando frasi – Milano, via Torino, è tutto aperto anche oggi; gente, meno degli altri giorni, ma in via Torino non è un vuoto andare; se a Venezia ci fossero le corriere e a Milano ancora i tanti navigli, sarebbero due città d’acqua, la dogale perché lo è, la meneghina perché lo era. Tombola! Finlandia e gondola. Morte a Venezia. Thomas Mann, le code, anche con spavaldi ombrelli, al Planetario per Saraceno: due ore di attesa? Ma so’ pazzi? La gente va dove c’è gente, senza chiedersi il perché la faccia, lo fa perché lo fanno gli altri, ed è un motivo sufficiente che esclude la domanda alimentare in cervelli affamati di plagio ma non usi al dubbio “il gioco vale la candela?”–; tele sparse ai quattro venti, per far passare l’aria e per fermarla; si sente sulla pelle, aria di neve e di montagna che tiene svegli, non assopitevi per grazia ricevuta, questo vogliono in barba a tutte le statistiche, barbe profetiche danno tono e aura, come lunghe tuniche svolazzanti, il vento a loro serve per questo, l’immagine di bianche vesti che si sollazzano e si ventazzano dà un non so che di quella tale cosa che chiamano chiamata dall’aldilà e le fragili teste abboccano. Ma allora credevano che ci fosse una divinità per ogni evento naturale. Chi ha il coraggio di mettere in dubbio, oggi, che sono soltanto manifestazioni fisiche, chimiche, elettriche della natura? Fenomeni immanenti, di questo mondo! Chi oggi crede che dentro una lavatrice ci sia qualcuno che la faccia girare? E allora perché credete a vendicativi vecchi con la barba bianca seduti sulle nuvole, che trascorrono il tempo che non è tempo ma un post-pasticcio indefinibile – da sempre a sempre, dite voi? E che significa? – a decidere su come giudicare e castigare gli umani? Ma vi rendete conto? Riuscite a pensare un po’, a riflettere un po’ sul fatto che il mondo non esiste da seimila anni come vi inducono a credere? Ma ci credete davvero a queste sciocchezze? Ci siete andati a scuola? Avete mai sentito parlare di grandezze quali centinaia di migliaia di anni, milioni di anni, miliardi di anni?

Riprendo rima ’ncimannu e dopu cucennu – non cuocere ma cucire –, cucendo frasi: direzione il basso, il fondo, il suolo, il punto fermo, lo strato d’appoggio, la terra che tiene dritti, che attrae cammin facendo, cammino scrivendo si fa sempre più vicina, sempre più sicura. L’aria esiste finchè c’è la terra; l’aria ha un luogo attorno al quale stare fino a che la terra un luogo ad essa offre.

Sento odore di acquaragia che vorrei fosse trementina invecchiata in botti di rovere. Trentennale trementina nella op op-prima di Bee-beethoven; era in attesa di girare mentre poco fa ero in piedi, io, e guardavo la superiore tela quadrata del dittico di Dracula; pure pensavo al corno, con cerchi – bolle – al posto dei quadretti, in un dipinto di un metro per lato: Il corno. Appresso alla prima c’e la terza, dopo la prima, la terza: per l’ennesima volta voglio ascoltarla cercando di capirla come finora non mi è ancora capitato di fare. La prima la ascolto, la seconda anche, pure la quarta, la quinta poco, la sesta sì, la settima Sì, l’ottava sì, certo; la nona mai, ma la terza non mi riesce, mi distraggo, la confondo, non rimane mentre il suono si sente. Scivola senza farsi complice, rifiutandosi di rimanere, diretta di corsa a fuggire, ancora non mi sfiora e scappa. La sinfonia della distrazione; risucchiata dalla fonte che la genera, già dissolta all’atto di tornare indietro.

Chiusa parentesi. Per la seconda volta riprendo: sempre più sicura, sempre meno sicula, proviene da sostra il nome vero, chiuso-aperto d’assaggio e via di legno, carbone e calce, possibilmente all’acqua vicino, non importa quanta purché dell’acqua ci sia a spegnere le fiamme quando occorre, a ridurre il fuoco dei bruciati vivi, i tanti, tantissimi, tra supposta eresia, inventata stregoneria, vere torture, vero e non immaginario sangue, fin nelle viscere assassini, uccisori di umani e umane idee; quando verrà recuperato il tempo perduto? Sarà possibile farlo? Quanto progresso mancato in duemila anni di fantasmi, spiriti inventati, privazioni e amputazioni del sapere, brutalità messe in atto dai mediocri. Annullare la memoria e da capo ricominciare, è materia che tocco e dà certezza (Eroica, con la dedica si è ritirata la musica che è fatta di suono, e u scruscio chi puru musica era, un’empatia piantata sul sapone o sugli eterni ghiacci tensioattivi), rende quieto il mio respiro – Strauss II si chiamerà, Alpensinfonie il sottotitolo, quando? probabilmente novembre, sessantacinque anni non vengono per niente, no? –, arioso il percorso, ristoratore il viaggio, concertante il pensiero, in tondo in tondo la scrittura, danzante pensiero e scrittura – se bastarmi potesse fermare la scrittura al pensiero e la pittura pure! Quando dalla mente sporgono le vedo, affacciate dalle spalancate imposte, e profumano di nuovo, di aperto, libero; dovrei farcela. Posso farcela. Inebriante la punteggiatura. Appaiata.

Appagata. A ferro e fuoco la viltà. Il mare è adatto a temprare il ferro galleggiante. Sì, ho viaggiato. Ho viaggiato come punto. Ieri mattina, sei maggio, mi è arrivato, dalla biblioteca di Mondovì, il libro monografico “Strauss” di Quirino Principe, edizione Rusconi dell’88; intorno alle undici sono andato a ritirarlo presso la biblioteca di Tortona, tramite la quale ho pure richiesto, stavolta ad Alessandria, un’altra edizione, del 2004, non so se sono uguali, penso di sì, forse cambierà la prefazione; lo sono e va bene, qualora dovessero differire va ugualmente bene, leggerò anche quest’ultima, cosa che in certa misura farò comunque, per abitudine ripasso buona parte dei libri, allorché lo meritano, quanto meno le pagine che maggiormente mi interessano.

Al mio fianco un altro mi ha sempre fatto compagnia. Quando lo ruoto è sotto; lo ruoto di nuovo ed è nell’altro fianco, se ancora lo ruoto è sopra. I due punti di una vita che fanno strada ad indicare vie giocattolo, per corpi che mai udranno finché sprovvisti del megafono di linee e colori. È quasi un doppio quadrato di numerosi quadrati, con tre lati regolari, due tagliati girando attorno, sull’abisso, uno di confine, uno sfrangiato, vissuto, adombrato, con la finissima peluria di una irregolare smerlatura le cui ali non svolazzano nel cielo per proteggere da incursioni e scalate, ma abbracciano radici, stanno protetti dall’erba, e dai fiori rossi, e la luce che si fa strada dai tetti scoperchiati li scalda, del loro moto ne fa suoni di campo e profumi di battaglia, visioni di vittoria, braccia di esultanza, grida di linfa e ruotante, vermiglia clorofilla di quel sole che già tramonta e si fa spazio di là, dove tramonta il sole di chi – ognuno di noi – è cammino di sole e bastone di meriggio, o ciglio di occhi chiusi e febbricitanti, lungo il cammino all’andata, il ritorno in discesa, dieci anni dopo, per parlare a chi? Di chi fidarsi? Abbiate la testa indipendente, non imbottitevi di vestiti pur avendo caldo perché gli altri così fanno. Non pensatela come la pensano gli altri perché gli altri in tal modo pensano. Non pensano: s’illudono di farlo. Viene loro detto che la verità è in quel modo fatta, da quel mondo espressa, e metterla in dubbio è peccato. Metterla in dubbio non basta, occorre sradicarla, e con essa estirpare l’idea di peccato – originale e conseguenti – e l’idea di punizione. Hanno sempre fatto le più grandi abbuffate di quello che a voi vogliono togliere. Se c’è per voi non ce n’è per loro.

Quindi, fate un po’ di conti.

Sostrauss II.

Sono lontano dal preziosismo biografico; sono lontano dal ricamo agiografico, chi la biografia scrive non la vuole in questi termini, l’agiografia medesima pare non volersi prendere sul serio – secondo quale criterio potrebbe? se reticente da un lato e prestanome dai rimanenti –, ma c’è una forza che li rintuzza, corrompe, scombina e rompe più forte di ambedue, che comanda e dirige il passo, tende su quella via non voluta: parlar con la “giusta” intonazione, scrivere nell’esatta grammatura; in qualche modo la poeticità di certe concessioni qui e là a volte affiora e non vorrei trovarla, preferirei vederla assente una volta sì e una volta pure. Sono il primo a mettermi i bastoni tra le ruote per trovare in me la forza di spezzarli, andandomi contro. Forza di sbarramento sono, e capacità d’aggirarla, superarla, saltarla, mai lasciandomela dietro le spalle, essa appena oltrepassata sparisce, non serve e si autoelimina. È in tal modo che si va avanti, anche se la parola avanti è priva di senso, ho solo una vita ed è nel presente che la – muovo, la pittura accade nel presente, e, se la immagino nel futuro, la cambio man mano il futuro si approssima verso il presente. Io non progetto, immagino, l’immaginazione è pittura, la realizzazione non lo è più, realizzo ciò che è stato pensato, e quando accade la parte necessaria è già accaduta, il nocciolo si è già formato, pure la polpa, con tutta la buccia, tento di levare il brutto che lì si è posato: il tempo perduto a non pensare ad altro, al nuovo che preme scalzando il vecchio; questa è la vita, “Issata è la pittura”. E lasciata andare di botto, al suo mai magico e teoillogico destino.

Sto leggendo delle vite di direttori d’orchestra. Sono affascinato da tale mestiere, voglio usare l’eliminatoria stregato, poiché tale parola da “casa d’angolo” mantiene in sé quell’odore di bruciato che vorrei far vivere a chi tanto ne ha usato, abusato, goduto – maledetti mostri –. Maledetti, arrostendo corpi, vite e pensiero, esperienza, medicina empirica, capacità olfattive e gustative, vicinanza botanica, vegetale, anche animale, animalesca indole, quadrupede pizzicore di sensi, vista d’aquile e di civette. Io e il direttore d’orchestra abbiamo poco in comune: epperò da tale figura emerge, ossalato in spugne e aculei di mare, un altro anfibio deposto in me. Colui che un’orchestra guida è nessuno senza chi esegua ciò che egli è lì a dirigere, quanti al linguaggio del suo corpo guardano e da esso, suonando, o cantando – respiro: il canto mi piace meno del suono – dipendono. Anche il compositore ha questo limite, ma costui potrebbe ridurre la trasmissione di gesto e suono ad un solo strumento sul quale con tutta la sua stazza agisce. Come si presenta un direttore che su un solo musicista insista? Ha del comico il passo ciaccatu e ruttu – con suono fesso – che ci sia un dio a dirigere ogni singolo individuo in un determinato frangente temporale che può essere “dialatato" sulle necessità-avversità  di volta in volta nuove e presenti – a unico-doppio senso, schizofrenica richiesta e concessione! –, ampliando, in un secondo – tempo? –, questo averne, prendersene cura, all’infinito, individuo per individuo, non uno appresso all’altro ma magari tutti, proprio tutti, a tempo, insieme, tutti ’nta na botta! deve essere grezzo – ma tanto – un cervello che siffatte “certezze” abbia. E tali strampalate speranze riponga su un “alto” aiuto dall’alto. Macché, non ci sarà mai verso di farglielo capire: la voce “tutti, ma proprio tutti” è destinata a sparire, in questo perdurare trascendente, buco nero della razza umana – della quale tanto si parla nell’essere, per natura, incolore –, apparente bisogno di oltremondo, proprio questa razza, che tra gli animali è l’unica che ha avuto tutto questo tempo da perdere a crearselo, un mondo fittizio che sovrasta il reale, soccomberà, distrutta dalle sue macabre fantasie da sempre violente in quanto per affermarsi la menzogna di violenza necessita.

Sull’uccisione del dissenso si sviluppa e signoreggia. All’infinito? Riflesso anch’esso di seimila anni? Da creazioni di melofagi ai digestori di semi da non sprecare, che certamente per altri seimila non dureranno? Assai meno vivranno, su quest’idea distruggeranno tutto prima, in un giorno assai vicino ogni forma di vita potrebbe essere per sempre eliminata. E perché? Perché taluni irresponsabili pensano che la vita sia altrove. Mah, impossibile capire! Rinunciare a comprendere è la forma di difesa rimasta. Nell’oblio, nella disparità di mezzi, alla rassegnanzione non ci arrendiamo. Con l’arma della parola, dell’immagine che non produce menzogna. Che non è pomofrutto di menzogna.

Che casa campata in aria! E che tonfo – casa-cosa/tonfo-tanfo – fa ogni qualvolta qualcuno la pensa, che botta, che ammaccatura, roba da ricovero delle pulci. Loro saltano, i purci restanu: un turnati, pi’ vuavutri un c’è chiù posto. Chiuiti puru a putìa oltri a casa, e ghitivinni. Scumparìti!

Una fascetta rotonda di metallo; e un magnete a dischetto proveniente dal coperchio di una scatola promozionale di sigarette elettroniche, autoposizionatosi, all’interno della fascetta, naturalmente in un rapporto eccentrico con essa. Cosicché quest’ultima, insieme al sottile magnete, hanno preso grossomodo la fisionomia di un corno; l’aspetto di questo non soffriva in riconoscibilità per la mancanza del padiglione, il dinamismo curvilineo della forma portava il pensiero al suono in essa celato, contenuto – espresso, profumato (la “e” è quindi minuscola) –, non sminuiva, non riduceva la somiglianza con il corno l’assenza della svasatura finale del canneggio sonoro, diventava una conseguenza intuitiva nella costrizione che l’uso e l’avvitamento della fascetta provoca: quella era l’eruttiva, duttile, selvatica, montana, cattedratica, fotogenica, pitturabile, figurabile voce del corno. I suoni di sì varia natura han dato il via al lavoro che da questo testo ora dipende, e quindi, sganciandosene, avrà in sé la forza di andare per proprio conto nel “territorio per immagini” delle formazioni già in atto, refrattarie e fonoassorbenti di suoni tuttavia non pronti, perciò non in essere in corpo e corpo, ma ancora di là da venire, anticipati come desideri adesso e fatti reali in quei mesi, prossimi oppure no, lontani non si sa, dopo l’estate sicuramente, dopo che il sole avrà scaldato la terra e quando il mare quel calore continuerà a guardare, ascoltare, custodirne l’asciutto scheletro avidamente avvolto e mollemente allentato – no, l’assenza del cono svasato non “allentava” la somiglianza della fascetta alla norma del corno –, i mesi che fra un po’ di mesi verranno e sui tredici lustri cadranno.

La s continuamente omessa in Mendelsohn; la parola “mediocre” ripetuta.

E poi un metro di carta-plastica arrotolato con i numeri di quattro-cinque centimetri visibili, da 88 a 91-92 e capovolti; un rotolino di scotch con il suo contenitore dispenser verde trasparente di sola plastica, una vecchia lampada a faretto, a tramontata incandescenza, e gli occhielli a vite sopra le onde, nove dorati e uno zincato, di misura leggermente inferiore, quest’ultimo, rispetto agli altri.

Un’attaccaglia triangolare sganciata dalla striscia ripiegata di ottone che tiene la base spezzata del triangolo e la fissa al telaio o alla cornice, o al supporto sul quale viene inchiodata; e altri arriveranno, sette mesi sono un numero di giorni che solo a pensarli la testa vortica, per quanto possono essere imbottiti di ogni genere di cosi di pinsari e fari – vitti in rete a negghia ra Biennali, chi minchiata! Chi pani e latti rimasticatu a negghia finta, preferisco quella vera, se sono a piedi, se invece sono in macchina, e ci sto assai poco, vorrei non avere l’occasione d’incontrarla.

Un sannu chiù a quali miseria attaccarsi, chi cosa nutili fari  (ce ne volevano due) –, dà la vertigine una settimana di mesi – naturalmente i miei sette anni di mesi, non i vaporizzati altrui – immaginando la mole cellulosica di sollecitazioni, salendo e scendendo velocissimamente scale, linee e punti, suoni, salti e morsi. 8 maggio, taratatranscrito l’11. Il tempo per chi non ha niente da dire e nulla sa fare non va contato. Pure la nave nella barattopoli di stracci, per far contenti tutti.

Un passo con una scarpa bianca, un altro con una scarpa anch’essa bianca, il terzo passo con la scarpa nera, nera la scarpa anche per il passo che segue. Il giubbino bianco prende il posto del gilet tra il grigio e il bianco, i primi due passi sono senza – apri l’attaccaglia di carta oppure girala – stringhe, i passi neri seguono e avanzano la teoria delle superstringhe, una ventina di ritagli cornei di unghie, di mano prima sinistra e dopo destra, il taglio fu allora fatto con forbici trovate per strada, appuntite, taglienti a modo, tutte d’acciaio, efficienti. Il corno e l’opaca ardesia, di carta, il sedicesimo disegno ch’è acrilica pittura; nello stesso foglio, nella stessa lastra, il diciassette, oleoso: l’ombra scura, nera, lucida e ribelle, squillante, vincente con artigli e corde, di crine e suoni in volo, luminosi e notturni. Ribelliberi suoni. R. II. Profumo di zolfo. Millediciannove. Una parola di due attaccate vale due parole. Pelléas et Mélisande. Dy.

Gli strumenti scompaiono, i loro suoni con essi; rimangono le attaccaglie che tali dipinti strumenti sostengono in piedi con totale e libera gravità, e assenza d’attrito; ondeggianti per l’inclinazione lievemente rientrante del piano di tenuta e non d’appoggio, opposta all’altra sulla cui apparente sporgenza contraria si preannunciano i fondali; gli strumenti, archi, legni, ottoni, percussioni, corde, vocali nello sforzo – annichilita è l’azione –, e il fiato, l’asma, le dita, il gesto, tutti quanti detentori-proprietari di una pittura che fino a prima di eclissarsi li rappresentava, facendoli vibrare, nitrire oscillando, questi cavalli d’acqua e sale, la cui grafite e il cui gesso mai più strideranno ’nsemmula, immersi nell’acqua che in un solo caso ne fu l’alveo protettivo, poi ricostituito. Per tutto il resto, in quel tempo sparì il galleggiamento del legno, il moto lacunoso delle onde, l’azzurro cruccio dell’aria, la solidità del liquido frottage, l’eminenza dei bassi suoni, la propagazione delle voci, lontane grida, le uccise grida – farabutti gridicidi – i richiami traditori, i giri degli ambienti che hanno martoriato. Dall’utile all’accettabile al mostruoso. Loro, l’oro. Sempre essi, gli iniqui, criminali per vocazione. Solo una, e una sola attaccaglia per tenere il nulla impastato col niente. Il vuoto di un tempo oramai quieto. L’assenza di un tempo finito. Chiuso per cessata attività. Il tempo in pensione vivrà della sua memoria. Futurono accordi e Ricordi. Il toro in galleria. Nel centro di Milano, sotto il cielo di quel crocicchio di volte, vanno per schiacciare, ruotando in punta di tacco, gli attributi al remissivo toro. Già la parola cupola è indigesta. Mi ricorda l’odore di carogna che respiravo nell’andatura a passo svelto, o a volte correndo, dal liceo artistico di viale Michelangelo alla fermata della corriera in un’altra via della quale non ricordo il nome, un chilometro circa che dovevo coprire in breve tempo, in una zona allora periferica, malandata e incolta di Palermo, e spesso guarnita, impreziosita da animali morti, il tanfo dei quali nell’affanno del respiro riempiva i bronchi fin nell’estrema periferia dei polmoni; la corriera, penso fosse l’ultima del giorno. A Torino non c’è da correre, placidamente scorre l’acqua, e tanto basta. Non c’è niente da ruotare; nulla da schiacciare. Milano è una città di esondazioni, esplosioni, di Michelangelo in bisso naturale, l’attimu sotterra. Non lì ma altrove, la grandezza delle cupole si alimenta della bassezza delle periferie, l’arte indovina delle cupole è nell’ingordigia che sfoga e sazia la sua brama facendo piazza sporca, con raffinate stoviglie, anche dell’aria senza identità delle periferie. Di Michelangelo ti dannano con il piazzale, in quella città di artisti e di futuri papi amici di artisti, quando sei con un piede nella fossa oppure con i due piedi ficcati nei liquami scurrili. Michelangelo: l’accoppiata perdente. Michelangelo, perché non parli? Il marmo non parla. Ma la parola scritta sì.

Così parlò Zarathustra. E tutti i marmi di quella specie si fecero rossi di vergogna.

Non avevo voglia di combinare niente; però mi annoiavo, e qualcosa dovevo pur fare. Non mi piace il colore nelle mani, le mani imbrattate di colore mi danno fastidio, quindi subito sotto l’acqua e schiuma di sapone.

Milano città, centro: grande pittura a valanga, e portentosa, che ivi compii nell’arco di cinque anni; un fiume la cui acqua di piena si rinnovava prima ancora che potessi prenderne coscienza. Bevvi tutta quell’acqua con piante, terra, sapienza e mancata coscienza, e con le mani ne cambiai l’aspetto mutandolo in grandezze sempre maggiori; rimanendo alla fine sfiancato. Tutto sommato soddisfatto, per essere riuscito a dominare anche la minima parte genitrice di ogni limaccioso e fertile frattosecondo. Spezzai il tempo e continuai a spezzarlo. Ribellibero, fui creatore nella moltiplicazione di ribelliberi pezzi di tempo. Di nuovo: Ribellibero fui, nella moltiplicazione di ribelliberi pezzi di tempo; da non confondere con i fasulli commestibili di un prestigiatore, dozzinale invenzione di un allucinato per disarcionate menti.

Quella musica è un aprire e chiudere porte, scendere dal treno dopo che questo si è fermato – con calma, senza fretta, girando lo sguardo attorno, assentendo, non c’è impegno che chiami o gongolante attesa, né incontro che urga, uscire oppure rientrare non fa differenza, niente di niente di niente –, quella musica che in viaggio sentivo, e questa che qui s’inizia, “essere” un continuo passare da una stanza all’altra in piegata sequenza di tepee; cercare una bacchetta dentro o sopra un pagliaio di siringhe che cucina vento, non c’è verticalità; non c’è ascensione ma orizzontalità oleosa – Strauss vuole insegnarmi a nuotare e planare tra vette e neve, io voglio portarlo a scalare e conoscere la profondità degli abissi, liquidiamo la contesa a metà bastarda e congruente strada, su un velo d’olio di lino e note: Guntram e Lied, musica per lettere, udito e vista, poesia, teatro, pittura, canto –, e questa musica è perciò corsa libera, con inclinazione in curve centrifughe; è nascondimento; soleggiati ambienti e prospettiche stanze vuote, grandi pareti a strapiombo dove librarsi con le proprie ombre, non in volo bensì in danze accese. Anche Salomè, anche Elettra danzavano, l’una mentre con mano altrui vite toglieva; l’altra, del taglio artista, per altrui braccia con scudi moriva: la portantina del canto cinge la testa con pire di corna, corona a pezzi e zelanti fustelle. Sequenze di corone d’alloro e rimbombo di suoni, nel vuoto di svuotate teste; e stanze, stanze come pulci coi loro mercati,  per le vie e dietro staccionate di protezione o guaine tra un capello e l’altro. Questione di misura, battute, accordi, sufficiente indipendenza, melologhi, ugole e pance gravide di spettatori che tubano. Folli bianchevesti: sporco il sesso; il fine: procreare, il mezzo partorire con dolore; per il resto, tagliare e murare, star disgiunti da piacere e godimento. Pazzi, criminali pazzi. L’oro, che dicono di essere casti, di conseguenza con esperienza sull’argomento nulla, pre-ten-do-no di dettarne le regole, puntare il fatidico, iniquo indice dal significato duplice, invocano la condanna verso la natura-peccato che “asseriscono” di non conoscere e rifuggire. Folle anche chi li sta a sentire.

Un appunto urge su alcune pagine del libro che in questi giorni sto leggendo, quelle che si muovono su un terreno che mi si confà maggiormente; direi, per quanto riguarda il mestiere che mi fa agire e muovere, correre se necessario, dove caparbiamente nuoto; attività, lavoro, professione, tanti sarebbero i nomi con cui chiamarlo per salvarne, infine, uno solo: il compito e il destino di essere quattro volte solo. Cosa che dalla linea collettiva di frontiera, fatta di poco concludenti spezzoni e tratti – vengono solo tentati gli alfalberi di linea e punto, e fili –, mi stacca, mi distanzia: linea di confine, separazione-congiungimento di suoli con uguale identità: terra bruciata da una parte e terra bruciata dall’altra. Messe a fuoco le vedo, le riarse prossimità e le false lontananze verso le quali provare, da alcuni anni, più di un sospetto che diventa poi conferma ai dubbi. Sono territori, questi, dai quali è normale sentirsi discosti per l’incompetenza che ivi abbonda, come ridicole trovate, idee presunte, bieca parlantina, incapacità di mano, rispolvero del peggio dalla biennale memoria rimosso. Dicevo dell’appunto e del mestiere mio di pittore, di poche pagine sulle quali d’immagini nel libro di Principe si parla – blasonata, ossequiata, obnubilante figurazione, per alcuni artisti assolutamente monotematica, noiosa e ottusa –, per tale motivo perciò con-suonanti in tono maggiore che nelle novecento e passa pagine dove di veri suoni, e di un versatile artista di questi, l’autore del volume con acutezza scrive.

La retorica “si proclama” non veniale trappola, ad alta voce è stiletto per la sintesi: il soggetto è quello, qualsiasi sia stata la motivazione formale degli artisti servi – si può vivere senza quell’unilaterale e scaltro modo di ritrarre l’arte, ma non han potuto vivere coloro i quali, grazie ai dirigenti-delinquenti che gli artisti servi comandavano e, per mezzo di quell’arte, più forte facevano pesare la loro arroganza, indi, di questa osso, la menzogna; non han potuto vivere l’inestimabile e irripetibile bene della vita, perché ad essi tout court veniva tolta –, quell’arte e quegli artisti sono stati conniventi in assassini, torture, genocidi, cancellazione d’imprevedibili ed eclatanti progressi. E dal 313 al 1870 sarebbero stati tanti; ugualmente sono stati cancellati quelli che sarebbero potuti diventare maravigliosi anni di una nuova era: dall’anno 1 al 118, quello in cui ora stiamo vivendo. O meglio, solo in parte sono riusciti a mettere un freno alle spinte liberatorie, poiché in questo uno e un quinto di secolo almeno le fondamenta per la sparizione dell’oltremondo sono state piantate. Coraggio! Ci vuol poco a dare completezza a quel lavoro, e rendere compatto e imbattibile l’edificio che il dietromondo farà definitivamente sparire, relegandolo tra le brutte storie del passato, coraggio!

Per la gerarchia che dall’ultima tunica arriva alla monarchia assoluta, fu, l’immagine di mano venduta d’artista, il veicolo diretto all’affermazione, consolidamento e radicamento, ricco in tanta materia pesante come l’oro e poco spirito, leggero in quanto nulla, di pensieri finti spacciati per verità-dogmi. Medio evo, alto e basso, romanico, gotico, rinascimento – ma quale rinascita? Secoli di morti, centinaia di migliaia: il potere temporale come scopo, la vituperata secolarizzazione, l’aborrita materia tintinnante, le storpie pance strabordanti come le saccocce –, già, palazzi vomitanti ricchi decori a non finire, maniera, barocco, neoclassico, marmi, pregiati marmi, funereo biancore, allusive altezze atte ad intimorire e asservire, e pance, fra le sacre e sanguinose pietre, sempre piene; si può vivere senza tutto questo? Certo, e i tanti che non han potuto farlo per lo meno avrebbero vissuto, mentre, sbandierando orrore, raccapriccio e tortura, tanti che degni di vivere non lo erano, nel disgustoso e abominevole lusso l’hanno fatto.

Aperta la bussola, tra stanza e stanza, odore di colori e asciutta, di essi, rappresentanza; calpestìo di suole nella compensata testa, e graffiti muri di cartone e gesso; demoliti gli andati, imbattibili i dopo pervenuti. I cartoni ad ante aperte, anti per necessità e bisogno, all’occorrenza principio, con la parola che scorre come acqua saponata da liscio sasso a levigato sasso, vorticando tra stillicidio di correnti e infernali danze. Cose che dall’alto cadono: e si fanno male, ma male assai! La divisa bussola blu è lì e qui, separa e allorché aperta unisce; il nord gira intorno – ritorna – e in mezzo.

Le luci si sono accese, esattamente dodici ore e un quarto dopo. Prima di mangiare, danza a tempo di borbottìo, e quindici grammi di pinoli cinesi in atmosfera protettiva. Le pigne nel compensato tamburato della testa, il nespolo disegnato, le pigne le cui scaglie urlano al fuoco che le tira e solleva, quelle squame, incollate – e tali senza muoversi stanno – quando sono e rimangono di pietra, ornamento a punta in su d’impazziti muri – il punto che non misi, il ponte che attraversai – se anziché una mela fosse caduta una pigna in testa a Isacco, avremmo sempre avuto gravitazione universale, tuttora ci troveremmo in mezzo ad essa a vivere, senza averne conoscenza, senza prenderne coscienza, forse, e quelli lì avrebbero gioito, i cervelli svegli della trascendenza. Che testa ha colui il quale impone al padre di uccidere il figlio per provarne la “fede” verso chi queste prove chiede? Che scrittura, che morale è mai? Che testo è dunque, quel “sacro libro” che contiene tali parole e simili dettami? E se qualcuno avesse impedito di mangiare le pigne anziché le mele, o i fichi? Sto’ divieto sarebbe stato preso per la cosa stramba che essere si “rivela” – verità velata, verità malata, ma quale verità, ma quando mai rivelata? –, evidentemente “partorito” da qualcuno che aveva voglia d’inventare storie, forse verosimili per la gente d’allora che con apostrofe verso qualsiasi cosa e chicchessia – tutti di mala pianta inventati, l’unica sana è quella che alla conoscenza induce qualsiasi sia il frutto che produce – si esprimeva, ma irragionevoli oggi,  alla luce e in presenza di una minima dose di ordine mentale. Se di quegli altri frutti si fosse trattato, primo si sarebbe dovuto aspettare che venissero a maturazione – la pigna realmente, il fico per metafora –, cadessero, e motivo per cui avrebbero dovuto affibbiare la pigna al collo al primo uomo e non il pomo. Secondo: non c’è “spazio-tempo” per il secondo; il troppo è troppo. Oppure si sarebbe dovuto inventare il fuoco, per cuocere l’argilla del primo uomo prima e della costola-donna poi, e, ancora dopo, la pigna per aprirla… già, il seme!

Ma per il caldo e il fuoco, pare – e noi diciamo è – adatto, egli e non altri, chi la conoscenza non teme e diffonderla vuole: il serpente, custode dell’albero dai ribelli frutti. Oggi è il 22 dicembre, il secondo giorno d’inverno – l’inferno, come la creatività è caldissimo e gelido, dicono (l’unica valutazione che i ristretti parametri di quelli là che acculturati sono riescono ad azzeccare), abbraccia gli estremi –, le giornate, intese come ore di luce, nel freddo cominciano ad allungarsi, brivido da Burleske: musica del ventunenne Strauss, 1090 battute in 17 minuti di musica demoniaca.

L’inferno, quello vero, è terracqueo, è la creatività. Nessuna forma di caldo proviene dagli inesistenti luoghi dell’altromondo.

Si diceva della s (22.12.18). Mentre la o è l’anello sì del ritorno, la ü l’iniziale di übermensch, quindi non ero sguarnito, mi convinsi stanotte-mattina, come se il sogno provenisse da un tempo remoto, di fronte a un sesto di divergenza.

La bussola piegata a gomito. Le nuvole le lasciamo ai buoni buoni?

È un periodo, questo, di direttori d’orchestra, Mitropoulos, Kleiber, Von Karajan, Toscanini. E ho deciso di dedicargli, al periodo, dei lavori e una mostra; non la prima dell’anno prossimo che ha già un nome: Violino di paglia. I quadri, o i disegni, o le sculture, verranno dopo; che farò per Strauss? Si vedrà; no problem.

Quindi il periodo, giorni di dicembre, di fine anno, del centodiciottesimo dopo Nietzsche, 118 dN, maiuscolo il nome di chi la menzogna smaschera e contrasta; Nietzsche ha avuto un padre reale, l’altro un padre non padre da una parte, inventato quello dichiarato come vero dall’altra, e una madre rimasta vergine dopo il parto, visto come una cosa talmente sporca da doverne cancellare la traccia – un ciclo di lavori, dalla musica a… –, e durante la gravidanza? sarà durata nove mesi? il feto sarà cresciuto nel suo utero? avrà avuto il cordone ombelicale? L’idea è quella di ribaltare il concetto di musica a programma, più avanti poema sinfonico, in suono pittorico, suono plastico. Si va? Avanti!

Dall’opera letteraria, poetica, figurativa, teatrale, tragica… – già questa è una spinta ad aggiustare la rotta in lungimirante forma che viene viene circolare: l’invenzione della ruota è dal legno, l’invenzione del fuoco è sul legno, l’invenzione dell’acqua è… l’acqua si è inventata da sé, il legno a spasso nell’acqua ha inventato la barca, gli umani sono un accidente, oggi letale ingombro, anche  per via delle speranze riposte in luoghi scombinati esistenti solo nella loro grezza fantasia che surclassano i luoghi veri e reali, diventando, di questi ultimi, “carnefici” e distruttori. L’umana catastrofe che guarda all’aldilà! Ancora? Sì, ci pensano ancora, la salvezza dalla loro follia, credono. Non sanno che è quella la loro follia. Rotolatori sono, come certi scarabei. Ma smettetela! Basta! C’è l’Allegro ma non troppo, Symphony n. 4 in B flat Major op. 60, è già qualcosa, gli umani che hanno fatto ciò sono meno di disturbo.

Perciò: letteratura, teatro e musica; e dalla musica alla pittura, il ritorno di fiamma, dell’ebbrezza creativa che cambia girando e non può fermarsi correndo. La corsa dei generi è il moto del tempo che fermo non sta: sta in circolo e avanza. Sta-sta. Sta s sta. Sta c sta. Il mezzo anello della c che stacca e attacca, interrompe e avvia – interrompe e avvia.

Capriccio di vecchiaia, Krauss e Strauss.

Io, oggi, esecutore del mio lavoro, rimirando – meglio leggendo – il passato con gli occhi di adesso. Trascrittore-pittore della sua, propria, personale, intima pittura. Pelle della pelle, carne della carne, frattaglie delle frattaglie, timpuluna di pensieri, savuti ’ntall’aria, grirannu cu a testa e cu i manu di ’na banna all’avutra. Rifacendo il passato, ripassando quel che è stato, quel che fu. La partitura nelle mani dell’artista come orchestra, per l’acustica va bene, per bere pure. Rimescolamento e fusione dei periodi in una meticolosa analisi, in un attento ascolto, passo dopo passo, un rigo appresso all’altro, nell’urlo e nel taglio, sopra e sotto a chi ascolta; l’olio di oliva aveva voglia di usare quel belloccio pittore col fratello strambo, non sapeva forse, il vanitoso aspirante artista, che non è seccativo? Non resinifica, non va bene per copiare Leonardo; anche la cera ad encausto, se non è cotta a puntino. Trascritture simultanee – niente a che vedere con b o p, Boccioni o Picasso di Google. Che differenza di classe! d’inventiva, di segno, disegno; stratificazione non pasticciata in uno, smarrimento in una lamentosa, ottocentesca goffagine nell’altro. Boccioni – tra gli appartenenti al gruppo, il migliore; Balla, forse, sì, però… i colori… pure il resto, sono sempre quelli di un provincialotto sempliciotto chiericotto –  non è altro che un frammento – non sempre riuscito nell’accelerazione aggiunta – di uno dei pianeti della galassia Picasso. Picasso in distorsione a scomparsa e in modo ilare accelerato – si preferisca “Quelli che restano” nella contrapposizione a “Quelli che vanno” – non priva, questa pittura, di triangoli e cubi di trascendenza; pellizziano puntinato è colui, di un'ingenuità manuale prefigura il ripiego tra le forzature d’incastri. Non c’è musica nel ritratto di Busoni, cézanniano, ma di un Cézanne in pasta di zucchero e Rinascimento.

Confezionato a dove è il re infilato nel cappotto, allicchittato, tirato a modo; intonato, monotòno da ogni lato, incartato nell’Ottocento. Maggiormente musicale il bianco Nietzsche di Klinger, anche il cavallo di Friedrich non è il cavallo di Umberto. FuturBalla, le zampe del cagnolino, le mani sul violino; lì c’è la luce a V delle lampade ad arco. Li guardo una tantum, spontaneamente li apprezzo, ma non ci torno. Sperimentazione, pittura, grido. Di Munch. Calore e rumore, colature infuocate di ombre in fusione. Quanta distanza col cane al guinzaglio e l’andatura stanca di chi lo tiene in quei tre lucidissimi grigi di Bacon! E le linee curve della grata di un tombino solo come il cane, e come i piedi che trascinano un corpo perso nel tremendo buio dell’assenza! In un ordine alfabetico non sono poi tanto lontani Balla e Bacon. Ma che valore può mai avere l’ordine alfabetico-enciclopedico dell’indeterminata sequenza che tutto accomuna e a tutto dà importanza?

Partiture sovrapposte: una geografia di corpi assenti su giovani dipinti. Riuscire a sentire con una testa una, con l’altra un’altra musica. A tempo. Che senso ha in questo caso la parola “a tempo”?

Quando, fuori dalle regole, dionisiaco diventa anche l’apollineo cervello? Partiture sovrapposte, mescolanza di pentagrammi, righi, l’orticaria del foglio, il morbillo della pagina impazzita, la dermatite atopica della carta che trema. Prurito e mani sporche, acqua che leva e arriva di ottovali in ottovali all’urlo di petto grande quant’è grande il mondo, intenso a misura di quell’attimo di piacere quando l’universo del tatto è ai propri piedi, mentre la testa capisce e copre tutte le galassie dei sensi.

Infine, pentagrammi di vetro sopra pentagrammi di vetro, il suono di frattura, il suono di rottura, riflessi e suono, parola e memoria, tutto distrutto dai fittizi mondi e chi li ha inventati, morta la memoria viva, solo vetri rotti e i precedenti tagli.

Carlos Mensa a Ferrara: variabile, adattabile, opportunista prospettiva all’esterno; corretta, esatta, univoca all’interno. Che quelle là fuori siano solo pietre è un fatto, una versione tripode di un qualsiasi aldilà truffaldino. C’è pittura all’interno! Tele e pensiero dei diamanti non sanno che farsene, anche quando finti, opachi, non “brillanti”, ciò che occorre e basta è il lucore di olio, acrilico e vernici; mentre per quelli veri, gli sfaccettati e trasparenti sassi, più allettanti se attorniati d’oro, i capoccia e gli agghindati – gl’ingioiellati di tutto punto – dei posticci, spillanti e finti immondi, spesso si son dati da fare ad ammazzare a destra e a manca.

Un insetto che cammina attraversa a metà chi lo accudisce, lo scavalca; passa a Cézanne scritto su un tessuto morbido, quindi passa a Picasso e s’avvia verso l’orlo di un precipizio che ha il bordo di un’iperbole – di nuovo il te…

La parola interrotta della pagina precedente è tessuto, accentata sulla u. Strauss Ü Sostra, col segno dieresi. Richard Strauss Übermensch-Nietzsche Sostra. Tagli: la dieresi dei tessuti. L’aldilà di una tela non è altro che il dorso, e non il petto in quel tipello che dal Messina proviene; bisogna dirglielo di getto che l’aldilà di questo mondo è un buco nell’acqua. Nient’altro che pioggia l’aldilà dell’altro menzognero mondo.

Sostra

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