LA CASA DI NIETZSCHE

Ore 7,30 del 26 giugno 2017, cielo grigio, pioviggina di tanto in tanto; sparute gocce appena visibili sopra le auto polverose; sulla pelle accaldata sembra che neanche si fermino; ieri, nel tardo pomeriggio, sono arrivati i temporali a lungo attesi dopo l'eccezionale calura: altrove, Tortona è stata risparmiata, o condannata, come sarebbe meglio dire, ad altri giorni di asciutto; solo qualche tuono, cielo scuro che preannunciava chissacché e basta, tutto è finito lì. Sul tavolo bianco il mouse – non riesco ancora a farne a meno –  mi pari n’anticchia brillu, vuole andarsene per i fatti suoi; prendo il cartone su cui mezz'ora fa ho iniziato un disegno, come base va bene ma un po’ si muove, vi poggio il notebook per tenerlo fermo, ondeggia leggermente, meteoropatico barcolla, tolgo il cartone e per tappetino utilizzo un foglio bianco, il verso di una fotocopia, la prima di alcune che ho fatto alle pagine che mi accingo a battere di un libro di trentasette anni fa che di pagine ne conta ottocentodue, ben rilegate e alquanto ingiallite;  copertina cartonata e telata, grigia. Della sovraccoperta, mancante perché probabilmente consumata dall’uso, sono stati conservati e incollati internamente i risvolti con presentazione del libro e cenni biografici dell’autore. Il grigio, piuttosto scuro, un bel grigio con una lucentezza serica, simile all’atteso patrimonio di un cielo temporalesco, hic et nunc tentennante. Ora riottoso, ora pavido, ora lontano, ora pentito. Sul dorso, in lettere bianche maiuscole, alcune sbiadite, Curt Paul Janz, Vita di Nietzsche, vol. I, Editori Laterza; più in giù un’etichetta azzurra con i numeri e le lettere della collocazione nella biblioteca di Acqui Terme, alla quale, tramite quella di Tortona, il libro ho richiesto; quattro mesi fa mi erano arrivati il secondo e il terzo volume che ho già provveduto a restituire.

Ora, e non a caso, contemporaneamente al meticoloso, analitico racconto di un’esistenza, tanto particolareggiato da risultare come redatto in prima persona, e, in effetti, attraverso la corposa corrispondenza così è, ho letto il testo di Lou von Salomé “Nietzsche, una biografia intellettuale”, pure questo proveniente da Acqui; fa riflettere il fatto che un esemplare si trovi anche nella biblioteca di un piccolo paese come Cabella Ligure, cosa che poi, a pensarci bene, non deve sembrare tanto strana, non siamo molto lontani dal luogo, Rapallo, in cui Zarathustra materialmente è nato. Quindi si diceva del libro di Lou Andreas-Salomé, che, sebbene di un certo interesse per l’importanza, nel bene e nel male, che lei ebbe per il Nietzsche dei primi anni Ottanta – difficile dire quanto uno e quanto l’altro (il bene e il male), quanto la burrascosa fine di quel “singolare” rapporto abbia tolto alla vita per dare al pensiero, quanto l’epilogo di quella storia e la fine della tentata convivenza possano essere stati, consciamente o inconsciamente cercati e voluti, quanto una più tranquilla soluzione avrebbe dato alla vita per togliere al pensiero –, nella qualità letteraria e la capacità di farsi comprendere, nella profondità dei concetti (che affine alla propria Nietzsche trovava), non ha termini di paragone con la scrittura del pensatore cui il libro fa riferimento, ed è dedicato e per dirla tutta dalla stessa Lou anche autodedicato.

Si può immaginare che a Cabella di tanto in tanto arrivi l’odore del mare, non solo sotto forma di desiderio acuto e persistente ma spoglio di reali e verificabili essenze: un profumo sentito o immaginato, chissà! che si trova di là dei monti a seimila piedi sotto il livello del mare. Tra assi, cocci, terraglie, verdi bronzi di qualche relitto di nave, un precipitato di spostamenti, viaggi, conquiste e medaglie di alghe intrecciate, comu cannizzi di ficu sicchi d’arriparari puru quannu sbrizzia; n’arriminata di odori, chi un sunnu atru che l’ibrido profumo di musica e di mare, in un soleggiato dì naufragato e lì rimasto, placatosi sui lenti e melmosi fondali dell’acqua e del tempo.

Aggiunta fuori posto del primo luglio – ore diciassette –:  temporale a Tortona.

Tutta la prima parte del libro di Janz è tratta dalla biografia che Richard Blunck aveva iniziato a scrivere su Nietzsche, interrotta dalla morte avvenuta nel 1962. Nell’edizione italiana, a pagina 81, citando una lettera di Carl von Gersdorff inviata a Peter Gast (Heinrich Köselitz) l’autore così puntualizza: Non credo che Beethoven sapesse improvvisare in modo più toccante di Nietzsche, ad esempio quando c’era una tempesta in cielo.

Per poi proseguire nelle pagine seguenti:

Al temporale si sente affine, nel temporale si rivela la sua natura, ora come in seguito. “Nell'oscura tempesta voglio scomparire e per i miei ultimi momenti voglio essere nello stesso tempo uomo e folgore”, scrive al culmine della sua attività creativa, all'epoca di Zarathustra, nel suo quaderno. E l'impressione di un temporale, ma soffuso della tranquilla luce della riflessione, fa il primo scritto filosofico in senso proprio che Nietzsche compose a 17 anni e mezzo, nel marzo 1862, per la sua “Germania”, e che lesse nell'aprile ai suoi amici, dopo aver scelto già alcuni mesi prima il tema “Fato e storia” e Libertà della volontà e fato”.

Questa prima esplosione della sua natura spirituale, anche se smorzata e repressa dalla viva consapevolezza che si tratta di un inizio, di qualcosa di assai imperfetto, è come un programma di tutta la sua vita, di tutto il suo pensiero. Quasi tutti i suoi temi importanti vengono qui già toccati, e d’ora in poi egli non farà che tornarvi da circoli sempre più ampi e da sempre più lontani viaggi di esplorazione, con sempre maggior passione e con un carico sempre più ricco di idee.

Bisogna tener presenti i vincoli dell’eredità e dell’educazione per valutare l’arditezza di queste prime riflessioni; ma d’altra parte proprio a tale eredità andrà non piccolo merito se questa arditezza non trascende mai nell’arroganza della gioventù geniale, bensì è ancora di un’incantevole contenutezza d’espressione là dove la sua coscienza segreta si conosce già per assai più originale.

“Se potessimo guardare con occhio libero e spregiudicato alla dottrina cristiana e alla storia della Chiesa, non potremmo non enunciare certe opinioni contrarie alle idee generali. Ma così, costretti come siamo fin dai primi giorni della nostra vita nel giogo dell’abitudine e dei pregiudizi, impediti nello sviluppo naturale del nostro spirito e determinati nella formazione del nostro temperamento dalle impressioni dell’infanzia, crediamo di dover considerare quasi un delitto la scelta di un più libero punto di vista, che potrebbe permetterci di pronunciare un giudizio imparziale e adeguato ai tempi sulla religione e sul cristianesimo.

Un tentativo del genere non è l’opera di qualche settimana bensì di una vita”. Soltanto la storia e la scienza debbono essere i suoi fondamenti per non perdersi “in sterili speculazioni”. “Quante volte tutta la nostra filosofia passata mi è sembrata una torre di Babele; attingere al cielo è la meta di tutte le grandi aspirazioni; il regno dei cieli in terra significa quasi la stessa cosa.

Una sconfinata confusione intellettuale nel popolo è il desolante risultato: grandi sconvolgimenti sono imminenti, una volta che la massa abbia capito che l’intero cristianesimo si fonda su ipotesi; l’esistenza di Dio, l’immortalità, l’autorità della Bibbia, l’ispirazione e altre cose ancora rimarranno sempre problematiche. Io ho cercato di negare tutto: ahimè, abbattere è facile, ma costruire! E persino l’abbattere sembra più facile di quanto non sia; noi siamo talmente determinati nel nostro intimo dalle impressioni dell’infanzia, dagli influssi dei genitori, dall’educazione, che quei pregiudizi così profondamente radicati non si lasciano facilmente estirpare con argomenti razionali o con la mera volontà. La forza dell’abitudine, il bisogno di qualcosa di superiore, la rottura con tutto l’esistente, la dissoluzione di tutte le forme della società, il dubbio che l’umanità per duemila anni si sia lasciata indurre in errore da una chimera, il senso della propria presunzione e temerarietà: tutto ciò determina un conflitto senza esito, finché da ultimo esperienze dolorose e tristi riconducono il cuor nostro all’antica fede dell’infanzia. Tuttavia per ognuno deve essere un contributo alla storia della propria cultura l’osservare l’impressione che questi dubbi suscitano nell’anima.  Non si può fare a meno di pensare che del resto rimanga un qualche risultato di quell’attività speculativa, qualcosa che non sempre sarà un sapere, bensì anche una fede, anzi addirittura susciti talora o reprima un sentimento morale.

Allo stesso modo che i costumi sussistono come risultato di un’epoca, di un popolo, di una corrente di pensiero, così la morale è il risultato dello sviluppo generale dell’umanità. Essa è la somma di tutte le verità per il nostro mondo; è possibile che nel mondo infinito essa non significhi niente di più che il risultato di una corrente di pensiero nel nostro: è possibile che dalle verità risultanti dai singoli mondi si sviluppi a sua volta una verità dell’universo!

Infatti non sappiamo affatto se l’umanità stessa non sia altro che un gradino, un periodo nell’universale, nel divenire, se essa non sia una manifestazione arbitraria di Dio. E forse l’uomo non è altro che lo sviluppo della pietra fino all’animale, attraverso il termine medio della pianta? Forse già qui è stato raggiunto il suo compimento e anche qui è storia? Non ha fine questo divenire eterno? Quali sono le molle di questa immensa orologeria? Esse sono celate, ma sono le stesse che nel grande orologio che noi chiamiamo storia. Il quadrante sono gli eventi. Di ora in ora procede la lancetta, per ricominciare da capo, dopo le dodici, il suo corso; un nuovo periodo del mondo ha inizio”.

[...] “Tutto si muove in circoli immensi che si allargano sempre più l’uno attorno all’altro; l’uomo è uno dei circoli che si trovano più all’interno. Se vuole cogliere e misurare le vibrazioni dei circoli esterni, deve astrarre da se stesso e dai circoli più ampi ma prossimi fino a giungere a quelli più esterni e più vasti. I circoli più ampi ma prossimi sono la storia dei popoli, della società e dell’umanità. Cercare il centro comune di tutte le vibrazioni, il circolo infinitamente piccolo è compito della scienza; a questo punto, in cui l’uomo cerca quel centro dentro di sé e per sé, riconosciamo l’importanza unica che per noi debbono avere la storia e la scienza.

Ma, essendo l’uomo coinvolto e trascinato nei circoli della storia universale, nasce quel conflitto della volontà individuale con la volontà complessiva; qui troviamo accennato quel problema infinitamente importante, la questione cioè della giustificazione dell’individuo rispetto al popolo, del popolo rispetto all’umanità, dell’umanità rispetto al mondo; anche qui il rapporto fondamentale tra fato e storia.

Per l’uomo è impossibile giungere alla suprema concezione della storia universale; ma il grande storico diventa, come il grande filosofo, profeta; perché ambedue astraggono da circoli interni verso quelli esterni”.

Ma che ne è del fato?

“Non ci si fa incontro tutto nello specchio della nostra personalità? E gli eventi non danno forse per così dire solo la tonalità della nostra sorte, mentre l’intensità e la debolezza con cui essa ci colpisce dipende semplicemente dal nostro temperamento? [...] Che cosa abbassa con tanta forza l’anima di tante persone alle cose triviali e impedisce talmente un più elevato volo delle idee? La conformazione, determinata dal fato, del cranio e della spina dorsale, il ceto e la natura dei genitori, la quotidianità dei loro rapporti, la volgarità del loro ambiente, persino la monotonia della loro patria. Noi siamo stati influenzati, senza recare dentro di noi la forza di una reazione opposta, persino senza sapere che siamo influenzati. È un sentimento doloroso quello di avere rinunciato alla propria indipendenza con l’ipotesi inconscia di impressioni esterne, di avere schiacciato facoltà dell’anima con la forza dell’abitudine e di avere involontariamente gettato nell’anima i germi di errori e deviazioni.

Tutto ciò lo ritroviamo in scala più grande nella storia dei popoli. Molti popoli, colpiti dagli stessi eventi, sono stati influenzati nel modo più diverso.

Perciò è segno di ristrettezza mentale voler imporre a tutta quanta l’umanità una forma specifica di Stato o di società, ricorrendo per così dire a degli stereotipi; tutte le idee sociali e comunistiche soffrono di questo errore. Perché l’uomo non è mai più lo stesso; ma, appena fosse possibile rovesciare con una forte volontà tutto quanto il passato del mondo, entreremmo nella schiera degli dei indipendenti, e la storia del mondo non sarebbe per noi altro che oblio e distacco da se stessi nel sogno; cala il sipario, e l’uomo ritrova se stesso come un bambino che alla luce del mattino si risveglia e ridendo cancella dalla fronte i sogni paurosi.

La volontà libera appare come ciò che non conosce catene, che è arbitrario: è l’infinitamente libero, avventuroso, lo spirito. Ma il fato è una necessità, a meno che non crediamo che la storia del mondo sia un errare nel sogno, le sofferenze indicibili dell’umanità pure immaginazioni, e noi stessi nient’altro che gli zimbelli delle nostre fantasie. Il fato è la forza infinita della resistenza contro la libera volontà; una volontà libera senza fato è tanto impensabile quanto lo spirito senza la realtà, il bene senza il male. Perché a fare una qualità occorre l’opposto [...].

Forse, allo stesso modo che lo spirito non può essere altro che la sostanza infinitamente più piccola e il bene l’evoluzione più sottile del male stesso, la volontà libera non è nient’altro che il potenziamento supremo del fato”.

[...] “In quanto il fato appare all’uomo nello specchio della personalità sua propria, la libertà individuale della volontà e il fato individuale sono avversari di pari valore”, perciò la “rassegnazione alla volontà divina” e “l’umiltà spesso non sono altro che pretesti per mascherare il vile timore di far fronte con risolutezza alla sorte. Ma se il fato ci appare ancora più potente della volontà libera nel determinare i confini, non dobbiamo tuttavia dimenticare due cose: prima di tutto che fato è soltanto un concetto astratto, una energia senza materia, che per l’individuo esiste solo un fato individuale, che il fato altro non è che una catena di eventi, che l’uomo, nel momento stesso in cui agisce e crea in tal modo i suoi propri eventi, determina il proprio fato”, e la sua attività non comincia solo con la nascita, bensì già nei genitori e nei progenitori.

“La volontà libera è anch’essa un’astrazione e significa la capacità di agire coscientemente, mentre con fato noi intendiamo il principio che ci guida nell’agire inconscio”, dove è pur sempre in gioco “una direzione della volontà”, “che non necessariamente viene colta dal nostro occhio come oggetto”. “Se dunque non prendiamo il concetto dell’agire inconscio semplicemente come un lasciarsi guidare da impressioni anteriori, scompare per noi la rigorosa differenza tra fato e volontà libera e i due concetti si confondono nell’idea dell’individualità.

Quanto più le cose si allontanano dalla sfera dell’inorganico e quanto più si amplia la formazione intellettuale, tanto più acquisterà rilievo l’individualità e tanto più varie risulteranno le sue qualità. Una forza interna autonoma e le impressioni esterne, le leve del suo sviluppo, che cosa sono queste se non la libertà della volontà e il fato?

Nella libertà della volontà si trova per l’individuo il principio della separazione, del distacco dalla totalità, della assoluta illimitatezza; ma il fato rimette l’uomo in collegamento organico complessivo, e lo costringe, in quanto cerca di dominarlo, ad un libero sviluppo di energia che si oppone al fato; la libertà assoluta della volontà senza il fato farebbe dell’uomo Dio, il principio fatalistico lo ridurrebbe a un automa”.

Riproduciamo così estesamente questo lavoro giovanile di Nietzsche, come non faremo con alcun’altra opera successiva, perché esso ci mostra già tutti gli impulsi del suo pensiero e s’impernia su tutti i problemi fondamentali, certo senza darne le poderose soluzioni che troverà più tardi. Chi legga con attenzione troverà qui già prefigurata ogni cosa: l’immanenza del pensiero nietzschiano, dove l’uomo è sempre al centro, anche se non è la meta, e l’abbandono della fede in Dio e dell’umiltà. Qui egli attacca già il cristianesimo, anche se lo difende ancora come “erroneamente inteso”, in un punto tanto importante quanto quello preso di mira in una annotazione contemporanea (27 aprile 1862), dove, pur accettando il cristianesimo come un “fatto di cuore”, si scaglia contro tutte le concezioni oltremondane: “Il fatto che Dio è diventato uomo non fa che ricordarci che l’uomo non deve ricercare la sua beatitudine nell’infinito, bensì deve fondare sulla terra il suo paradiso; l’illusione di un mondo ultraterreno aveva indotto l’intelletto umano  a un atteggiamento errato nei riguardi del mondo terreno: essa era il prodotto di un’età infantile dei popoli [...]. L’umanità acquista la sua virilità attraverso gravi perplessità e ardue battaglie: essa riconosce in sé l’inizio, il centro e la fine della religione”.

Trovano qui la loro prefigurazione, sia pure come semplice tentativo e tentazione, l’ateismo, la trasvalutazione di tutti i valori di due millenni, l’intuizione della relatività delle morali, la filosofia del divenire e dell’innocenza del divenire; oltre al concetto che l’uomo è un qualcosa da superare: quel superuomo che Nietzsche aveva scorto nell’Edda, nelle figure semi-mitiche della saga di Ermanarico e che riconosceva nel poeta, Byron – la parola ricorre per la prima volta in Nietzsche in una conferenza su Byron. E inoltre l’idea dell’eterno ritorno e del filosofo e dello storico come profeta e legislatore, che capovolge l’intera storia passata del mondo. È già prefigurato quel concetto dell’amor fati che doveva trovare più tardi uno sviluppo così grandioso, oltre alle idee “positivistiche” del cosiddetto secondo periodo di Nietzsche, nel concetto della conformazione, determinata dal fato, del cranio e della spina dorsale. Prefigurata è già la critica della coscienza e dello spirito e la problematica dell’individuo nella società e nella storia. E già chiaramente espresso è l’odio, che durò per tutta la sua vita, contro l’idea dell’eguaglianza degli uomini, che egli considera alla base del comunismo e del socialismo. Il tutto è poi già pervaso dal sentimento di chi si trova su un ponte che collega due età, e ora inorridito, ora con un “sì” senza riserve nell’anima, vede sorgere una nuova epoca, un’ulteriore fase evolutiva, in cui l’umanità, pienamente consapevole della propria forza e della propria missione, diventerà “virile”.

[...] Non è da stupire che a un giovane di diciassette anni animato da tali pensieri e già in grado di dar loro simile forma, non potessero bastare l’angustia della pia casa materna né la scuola né i due amici avuti fino allora a Naumburg, per tacere del fatto che non potevano offrirgli quello spazio spirituale in cui la sua natura così singolarmente chiusa, quasi autistica eppure così espansiva, avrebbe potuto davvero comunicare e confrontarsi con forze pari alle sue.

Il temporale è arrivato! Il ventotto giugno, alle quindici, e l’ho vissuto in pieno, sulla strada nella quale mi trovavo; stavo percorrendola per andare a ritirare la macchina che poco prima delle otto avevo portato per la revisione. Un appuntamento ad ora fissa non era stato possibile ottenerlo dato che l’affollamento degli ultimi giorni di fine mese non lo consentiva. Alle dieci, con una telefonata, mi hanno avvisato che era pronta. Vado o non vado? Tempo indeciso e io con esso, sole e nuvole, nuvole e sole, ad intermittenza, c’è una luce accelerata, ansiosa, che quando si è pessimisti viene percepita annunciatrice di imminenti catastrofi, come in quei filmati dove, concentrata in pochi minuti, è possibile seguire la crescita innaturale dell’erba e dei fiori; sembra che questo tempo abbia fretta, io no; sono in via Emilia, non ho l’ombrello, da qui al Centro revisioni, nella periferia sud e zona industriale, due chilometri, due chilometri e mezzo, nessun problema a farli a piedi. Mi muovo in auto solo se proprio non posso farne a meno. Desisto, ci andrò nel primo pomeriggio, quando il tempo si sarà fatto tranquillo stabilizzandosi, e io sarò meno titubante di adesso; aprono alle due, alle tre mi sembra l’ora giusta.

Ho scritto queste parole alle otto e trenta del ventinove, sul retro del disegno, col numero progressivo sessantadue, non ancora terminato; il lavoro ha come supporto due ante di una scatola di cartone internamente marrone, il lato del disegno, ed esternamente bianca, il lato della numerazione e dell’appunto. Ho completato solo l’insieme di massima, ripassando più di una volta a penna quanto già avevo disegnato a penna e a matita, e la parte a sinistra, oscura, buia, che pare coprire e nascondere tenebrose minacce – in contrasto con l’altro lato che sarà diurno, illuminato –, storiche presenze d’assalto protette da un fitto intreccio d’inchiostro nero e pastello di uguale non-colore, fatto di forza della natura, corpo a corpo tra accumulo e sbotto di viva tensione: il temporale che stavo chiamando. Che mi stava aspettando.

Sosto davanti e volentieri resto a guardare un cielo d’ascia e di saetta allorquando si dispone sì come quinta aperta e allettante al tremante luccichio di foglie bagnate dalla bianca luce che dal lato opposto proviene: respirando al passo di questi bagliori ora argentei ora verdi, quasi che a muoverli ne avesse potere il respiro. L’idea è che tutto è passato, la tensione s’è allentata, diluita; qui, non di là, dove la luce vibrando si muove, ma qui potrebbe tornare, invertendo il cammino, nuovamente rabbuiandosi l’aria, smistando e richiamando ciò da subitanea memoria, con gli occhi socchiusi e rallentato inarcamento del volto, pulita frescura nelle narici tese all’ascolto e tiepido odore di terra bagnata, di carne bagnata, di pelle baciata.

Se il tempo ne avesse eroso meno forza e intenzioni smorzando i toni, velando e coprendo gli intirizziti ancorché stupefatti passaggi da un colore a un altro tra le ossee segrete del corpo dei verdi, eguale accordo e lotta troverebbe posto nella Tempesta di Zorzi. Ma la natura è una cosa, l’arte è  un’altra cosa. La natura è tanto, l’arte invece è quanto. La dimensione non ha peso. È l’unica e certa forma astratta, nella natura e nell’arte, come una gamba distesa da Rothko a Kline, nel viaggio, dell’uno e dell’altro, dall’opera alla riproduzione alla rinuncia.

Di Alberto Sughi mi tornano in mente le “Ville sul mare” e la pennellata simbolicamente impressionista che le costruiva su tele rettangolari, forse 120x100 centimetri, una bella misura, una proporzione che da giovane-vecchio usai. Sughi era uno di quegli artisti che potendo nicchiavano quando occorreva disegnare mani e piedi, o prendevano la scorciatoia facendo fasci sfasciati di segni; qualche volta, invece, quando si metteva d’impegno, affioravano, le mani, picassiane di primo pelo, laddove il pittore spagnolo, disinvolto, con nero sul blu le faceva quasi giocando; altra razza, altro talento. C'era una “bella” compagnia, dei segni che non si dovevano informi, nel secondo dopoguerra, anche di nomi altisonanti e quotati. Mentre mani e piedi in Bacon, ovviamente a suo modo dipinti, artritiche e gottosi, erano la scintilla per dar fuoco alle polveri. Le ville sul mare quindi, o sul lago sarebbe più appropriato; meglio solo le scale, senza altro suggerimento costruttivo nel perimetro della tela sicuramente di lino: pochi scalini, di pietra, che conducevano all’acqua. È bella una scala vissuta, pur non essendo incavata, solo smussata, dato che a viverla sono state onde, risacca e maree – strane parole queste, senza il vento sestile e la rotonda luna –; anche la scalinata che calma discende verso il lago, che porta ad affondare i piedi nella lenta, fredda, fluida, oppure  sospetta e infida carezza,  poi le gambe, il busto tra mistero, brivido e tremori, quindi  tutto il resto. Sì, quel pittore che tanto parlava con la voce di Bacon, il pittore irlandese nostrano, mi viene ora in mente mentre guardava Böcklin. Chiaramente c’è, e lì sta l’intrigo, la ritrosia che camuffata aleggia, per paura di un veto dell’entourage accondiscendente-dominante, all’ardita disubbidienza; i trasformisti ideologici che Francis Bacon da individuo avevano fatto diventare collettivo e da ateo cristiano. Non li vidi mai dal vivo quei quadri, ma in un catalogo di una ventina di pagine che insieme ad altri un mio amico mi portò da Roma negli anni Settanta. Tutti di grande formato, rettangolare verticale, copertina nera, opaca, uno riguardava un artista che si chiamava Quattrucci, gli altri non me li ricordo, erano cinque, sei, forse sette in tutto. Non ricordo neanche il nome della galleria dove le mostre si erano svolte e che quei cataloghi aveva pubblicato. La scalinata sul mare. Pochi elementi: la scala che era facile immaginare viscida, forse malferma, insicura, un po’ di vegetazione, e l’acqua. Toni ocra, grigio, verde ben mescolati, e un orizzonte alto. Bei dipinti, quelli che preferisco dell’artista romagnolo.

Poi c’era Cremonini, per giustezza e qualità di proporzioni un’altra storia. Un pittore che benché assai colorato, nei periodi della mia giovinezza sentii vicino. Vidi una mostra antologica nel duemilatré all’Accademia di Bologna. La ricordo ancora con piacere. Oggi però non farei più tanta strada per andare a visitarla. Arrivai di mattina, fui solo a girare per quegli spazi di penombra divenuti soleggiati e liquidi, salati e ludici; forse una o due persone fecero capolino, in lontananza, tra le labirintiche pareti di dipinti; corpi intrusi, estranei, trasparenti, muti, che dopo un po’ non vidi più. Tuttora sento provenire dai suoi quadri, le tele di grande formato del parigino d’adozione qual egli era, il profumo del mare, delle posidonie secche, dell’origano tra le melanzane alla parmigiana sul far della sera e la musica degli Aphrodite’s Child. È uno dei pochi pittori di cui mi piacerebbe possedere un quadro, non uno qualsiasi, beninteso. “La mosca cieca”, per esempio, o uno con quelle strane poltrone di vimini da spiaggia, le tende che volano e non schioccano ma scoppiettano comu  giumma di zotta, il cielo scuro all’orizzonte; chi lo possiede sappia che se un giorno divento ricco gli chiederò di separarsene.

Quanto Bonnard c’era in Cremonini?

Guccione non m’interessa. Sembra sempre che la sua mano stia esalando l’ultimo respiro.

Oggi, tre luglio, per pochi minuti ho messo mano a pennelli e colori; sollecitato da un libro d’arte con un titolo volutamente astruso, i “creativi” lo fanno apposta per darsi un tono, libro scolastico suddiviso in due volumi e un certo numero di tomi, con foto a iosa, dove c’è di tutto ma chiudendolo rimane meno di niente – scolastico non per nulla –, mi è venuto in mente un collegamento d’immagini, la sollecitazione che stavo cercando e aspettando pur non capendo  di che natura sarebbe stata, dunque da chissà dove e secondo quali mobili vie arrivata e a me infine pervenuta. Ebbene, nel tragitto breve da casa allo studio sapevo già che dovevo completare un dipinto di quattro anni prima. Si trattava della tela con l’orologio di tela del Museo d’Orsay nel gruppo di tele dedicate a Parigi. Ho aggiunto il segmento al di là del perno nella lancetta lunga che allora mi ero dimenticato di fare. Con terra d’ombra naturale Mussini e due pennelli rotondi di misura numero tre, uno con un manico normale rotondo rosso, pennello assai consumato che ho da non so più quanti anni, l’altro nero con la sommità argentata, la sezione della parte legnosa triangolare anziché circolare, inusuale stranezza della casa produttrice, la Kolinsky, della quale decenni or sono mi era stata regalata, dal negozio dove di tele e colori mi rifornivo, una confezione da sei pennelli della stessa misura; li provi, sono siffatti per la più facile presa e maggiore stabilità, mi fu detto. In tanti, lunghi e brevi periodi di pittura, li ho usati e non usati, li ho trovati comodi e scomodi nello stesso tempo.

L’assenza di numeri nel quadrante dell’orologio non è una dimenticanza. Così ho voluto, così volli che fosse, così doveva essere e nuovamente infinite volte sarà.

Terza aggiunta fuori posto. La parte centrale del disegno sessantadue, e il ritrovamento dietro lo zoccolo di legno azzurro della galleria del disegno caduto numero trentadue con Zarathustra e Nietzsche doppiamente bordati, mi hanno condotto al disegno che oggi, cinque luglio, ho iniziato, dove la casa di Nietzsche, così formata, in tal modo costruita, mi soddisfa, se non totalmente quasi. Ovvio che rincorro uno sviluppo che non deve mancare, sono un ostinato camminatore del tratto, e non è uso e costume della mia natura fermarmi.

Comu chiuiri u corvu rintra  u casalinu. Venticinque giugno.

Così, in questo periodo, ho dipinto i luoghi della storia; luoghi di sterpaglia, escrementi di capre, ruderi della memoria e uova sode. La storia è appena un ronzio di zanzara, un capello appiccicato alle dita di una mano sudata. Che senso ha quella storia le cui tracce malferme di cretesi anfratti sono state viste a dieci, venticinque, quarant’anni, e che i sessanta rifiutano di guardare? Senonché, con un pizzico di sale, magari... E il melone giallo fuori e giallo dentro, con un po’ di sale più digeribile, o verde cupo con la bianca polpa dell’inverno che cadrà? Cartoni polittici sbilanciati che appenderò con un chiodo d’acciaio spezzato in due (quannu trasi  u dutturi ’nta na casa, scippa e si porta puru li cavigghiuna di li mura), indi con mezzo, uno o due chiodi, secondo necessità, semplificata statica e delirante equilibrio di un pendolo che batte il tempo tra due escheriane colonne doriche, anzi una, solo una ha cima e base incompatibili in una struttura razionale, quella che pur essendo verticale tale non appare, e ciò con Escher non ha niente da condividere, non ha nulla da imputargli, ma al filo che a piombo non è sì; eppure, se il filo non si fosse mosso e in quel punto non l’avessi fermato non avrei avuto la N che volevo ottenere; comunque sia la Terra avrebbe continuato a fare i suoi giri indipendente dal filo a piombo e non viceversa l’oscillazione del filo e del peso in assenza di materia e suolo, con moto bizzarro e perciò inefficace. Sarebbe mancato l’appiglio, l’attaccaglia, il chiodo. Vana speranza da ingenui creduloni l’aiuto dal cielo, o architettura scenica per opportunisti profittatori, deus ex machina, poco dio e tanta macchina.

Colonne e colonne imbracate, e gente come pecore con cappelli di paglia e ombrellini di pizzo; e il solito giornale le cui trame viziate accompagnano una colazione anch’essa sudata. Quel tipo di storia stampata non ha utilità, è altamente dannosa, vile, rigurgita tossine. Storie! Fandonie. Siccità, invasioni che ne coprono altre, acqua che manca e spazzatura. Ripetuti miasmi. È ciò che rimane di questi giorni. E menzogne, tutti mentono e si fanno mentire addosso, perché le greggi vogliono questo, di finzioni godono, in verbi futuri e mendaci sguazzano e sperano, la gente non si rende conto di ciò che sta succedendo. In tanti mentono sui guai irreparabili che un pugno di affaristi, sugli auspici di un candido abito terribilmente ossimorico, sta provocando e nei quali sta ingrassando. Sabato, al mercato, a un euro, accostato ad altri libri, per lo più insignificanti, solo carta da macero, “Il quinto giorno” di Schätzing, con i bordi delle pagine macchiati, le pagine ingiallite come se avessero sulle spalle secoli – carta di stracci, diceva uno dei gemelli Ceniza nella “Nona porta” di Polanski, resistente al tempo, la vostra cellulosa non tiene il confronto –. L’ho letto qualche anno fa, il libro di Schätzing, mi sono detto lo prendo, ma poi ci ho ripensato; è leggero più di quanto non lascino immaginare i sei, sette centimetri di spessore. Non lo prendo, altra carta a cui trovare posto in casa o nello studio.

“La nona porta”, un film dai colori magnifici, ripetutamente punzecchiato dall’arancio e dal complementare azzurro: passaggi di sguincio d’improvvisi punti, presentati come casuali invece sapientemente calcolati. Con un forte vento di scirocco su tagli netti di luce e ombra che mi appaiono assai prossimi; vetuste ville nelle quali dei mobili non rimane neanche il vuoto di polvere, e impalcature metalliche che crollano – ne vidi cadere una a pochi passi da me, anni fa a Varazze –, la pellicola è molto liberamente tratta da “Il club Dumas” di Pérez-Reverte, un libro bello di per sé che parla di libri, che acquistai proprio lì, a Varazze, anni ancora prima. Ho letto quasi tutti i romanzi di quest’autore, non la saga di Alatriste, no “La pelle del tamburo”, né “Il cecchino paziente”.

E la tavola con la scacchiera errata?  L’LCF non è quella nera. Un errore voluto? Sì. Non si spiegherebbe altrimenti l’insistenza sul pavimento a scacchi, col fumo prima, col fuoco poi.

Le torri, poi; tre o quattro secondo l’angolazione dell’inquadratura nella fotografia appesa a una parete della biblioteca di Balkan: i tre quattro di una targa.

Quanta differenza tra la parola stracci, a priori, e la parola macero (o fiamme) – a posteriori –  quando si parla di carta!

L’orrore di Ratisbona. Quarta aggiunta fuori posto.

Quella che esporrò in settembre è la seconda parte di un ciclo di lavori che ha avuto inizio nel mese di maggio di quest’anno, il giorno dieci, e si è  protratto sino a tutto giugno e forse andrà oltre.

Il passaggio dalla prima alla seconda parte è stato quanto di più graduale, indolore, spontaneo, scorrevole si possa pensare, quanto di più inavvertibile è possibile immaginare. Non ne ho avuto coscienza, è avvenuto ma me ne sono accorto a fatto compiuto e inoltrato. Da così è diventato così, senza intoppi o allagamenti, naturalmente, senza rendermene conto; ho cominciato a riflettere sul mutato tragitto e a pensarci man mano che i disegni, dopo aver subito il cambiamento di direzione procedevano lungo la nuova strada. Ora è possibile però stabilirne la data precisa, giacché negli appunti che prendo mentre il disegno o la pittura avanzano, metto anche, ovviamente, dei riferimenti temporali o, come in questa nuova fase – l’ho fatto anche in tante altre occasioni, voglio dire di scrivere non solo l’anno, cosa che nella prassi si fa, ma anche il mese e il giorno –, sul retro del disegno stesso.

Ho preferito che fosse questa evoluzione soft (durante il lavoro; non soft, invece, ma più che sostanziosa corposa, massiccia, fondata, convinta e stabile quando poi, procedendo su terreno ormai consolidato, si è rivelata per quello che era), e non come sarebbe stato più logico la parte iniziale, a misurarsi per prima con spazi e pareti. Perché in essi, successivi lavori, evoluzione di un avvio che, benché in incognito, certamente prospettava altre direzioni – la sorpresa è ciò di cui ho bisogno, il colpo di coda attorno a cui ruota la circolarità di luoghi chiusi e aperti sui quali lavoro –, si ritrova un colore che da tempo nei disegni mancava, e del quale sentivo in arrivo un necessario aiuto, in una dimensione maggiore riferita al formato del supporto che nel recente passato avevo tralasciato. Anche perché il tema che si era palesato di un robusto corpo, di potenza, resistenza, forma, statica aggressività nella verticale e incisa, incanalata, scanalata apparenza, ne aveva bisogno. L’evidenza tenace che servisse però a sostenere non un peso, bensì il vuoto. D’altra parte, come potrebbe una colonna di cartone, al di fuori di una finzione leggermente scenica, benché forte del suo contenuto di onde e dell’energia ad esse annessa che va oltre la mera compattezza visiva nei limiti dello stesso materiale che bagnato perde rigidezza e si affloscia, come potrebbe, ferita e indebolita per scopi mimetici in uno dei tre suoi componenti, sostenere il peso di una copertura che è potatura, compressione, isolamento e prigione?

Mi vengono in mente le “Onde immanenti”, queste oscillanti però su cartoncino compatto e fine; non trattavasi in quel caso delle onde interne di allusive colonne la cui rigatura dà quella libertà di andare che è un corpo unico con la leggerezza del supporto. Colonne portanti di cartone portante, colonne di onde e neri capitelli dorici – non ionici, men che meno corinzi; eclissati arzigogolata e unta decorazione barocca da Controriforma! Da tenere a distanza pure il lugubre alone neoclassico nel lato oscuro del Settecento e quello sformato, tragicomico e di bassa lega, con testa ciandala, degli anni Trenta di due secoli dopo.

Non v’è dubbio, doveva essere ed essere questa seconda parte del lavoro, sovvertendo l’ordine cronologico, per prima esposta; dell’altra mi occuperò in seguito, a data da destinarsi, non a tempo debito, ma quando sarà, nella prossima mostra se del prosieguo che fu sarà giunto il momento. Dalla fine all’inizio, un inizio che non avrà bisogno di programmare e guardare la sua evoluzione, ma di passare ad essa la mano, nel luogo ai muri del quale, in un tempo limitato e adesso previsto addossai colonne d’acqua, rigagnoli incisi e capitelli di catrame. Un inizio che avrà bisogno di guardare in un circolo che torna indietro andando poi nuovamente avanti.

Una colonna e l’altra di un’impressionante torre per aste della N; spariti il frontone ascensionale e il tetto per copertura, rimane solo una trabeazione che si tiene da sé, il tempio senza tetto non fu, non è stato e non sarà d’ostacolo. Mancano i piombi, erba e fiori possono crescere, e il cielo azzurro si potrà vedere. Dal capitello un filo a piombo che oscilla come una mano nella mano di corpi in cammino. N di Nietzsche, Z di Zarathustra, secondo i punti di vista. Una colonna dà inizio all’iniziale, con una colonna essa termina. Fra le colonne un filo a piombo che oscilla a collegarle, nel tempo di un attimo e di tutta una vita: l’uno e l’altra non si escludono, nella legge dell’eterno ritorno all’unisono quindi più improvvisazioni coincidono.

La colonna è un albero che rigoglioso cresce, non è il cielo che magnanimo e misericordioso scende, ma la terra che vitalistica, maestosa, regale – Noi, la Terra! – si alza agguantando il cielo. Di terria che si nutre di acquatiche oscillazioni è fatta la natura, non di idee bislacche e funeree, antivitali, macabre e sanguinolente; sempre dietro e davanti a reliquie e mummie, sempre a parlare di morte e supposte resurrezioni, condite di indorate finzioni, proposte dall’incongrua, esorbitante opulenza motivata dall’efficacia del plagio con ridicole teatralità in ghingheri. In maglietta e pantaloni, o in costume da bagno non avrebbero lo stesso effetto scenico (forse in accappatoio sì), questi assembramenti, per risultare convincenti, hanno bisogno di roba preziosa, desiderabile e inarrivabile, di strascichi, bardature ricamate e copricapi come palazzi; da una parte, l’altra parte, quella “insignificante”, numericamente di gran lunga maggiore, schiacciata da spazi immensi decorati a  fumetti di una volta, deve chinare la testa, non mettere in dubbio, ripetere a comando e piegare le ginocchia.

Oro, oro, magari di un’anziana che per ciò ha rinunciato a curarsi o ad aggiungere, vendendolo, il valore corrispondente alla misera pensione, per dorare una statua-idolo dalla pessima fattura. A ciò dovrebbe servire la cultura, a non farsi prendere in giro; ma per far ciò bisogna cancellare dalla memoria quella specie di cultura di raffigurazione per millenni monocorde che proprio all’obnubilamento induce. La cultura umana – e animale, e vegetale, e minerale – il semplice sapere che la curiosità ci porta ad ampliare, a questo dovrebbe servire: a convincersi che la vita è una, se è stata vissuta male, e se altri, che invece avendo ben vissuto, hanno fatto sì che noi la vivessimo male, non c’è possibilità di recupero. Non c’è un altro mondo dove gli onesti vengono premiati, dove ad aspettarli c’è il riscatto dei succubi.

Ventiquattro giugno.

La “piccola cerchia” di Cosima non comprò il libro (dal momento che il Maestro e consorte non lo leggevano!), e la “nuova cerchia” non era ancora formata: esso fu quindi un insuccesso commerciale, del quale Nietzsche tentò di consolare l’editore il 25 giugno 1878: “Incoraggiamenti non ne ho certo da darLe; le Sue esperienze sono amare, ma tutti e due vogliamo, nevvero, sforzarci sinceramente di essere ‘dolci’, dunque frutti buoni, che le notti maligne non possono troppo intaccare? Il sole tornerà a splendere – anche se non il sole di Bayreuth. Ora chi può dire dov’è l’alba, dove il tramonto, chi potrebbe sentirsi al riparo dall’errore? Ma non voglio nascondere che benedico di tutto cuore la luce di libero pensiero del mio libro, comparsa in un momento in cui nere nuvole si addensano nel cielo culturale d’Europa, e l’intenzione oscurantista viene quasi accreditata come moralità”.

È con queste parole di Nietzsche che anni dopo ringrazio Carl Hanser Verlag per i brani che ho tratto dal suddetto libro.

Da pagina 81 a 88 e 781-82.Avevo scritto il quattordici settembre, ma doveva essere il quattordici agosto, o ancora prima, otto e nove agosto del settantanove.

Nel mese di giugno dell’ottantuno ebbi la prima avvisaglia dei miei limiti che pensavo invece di non avere, col  fuori servizio dell’occhio sinistro; un anno dopo ne ebbi la certezza, e il mio corpo, scopertosi deperibile e fragile perché in balia a un fortuito evento che in qualsiasi momento, accecandolo, avrebbe potuto definitivamente metterlo fuori uso, cacciarlo via, tranciarlo dalla pittura, decise. E prese la via che oggi, trentacinque anni dopo, mi ha condotto a Nietzsche, all’übermensch.

Ringrazio Richard Blunck, Curt Paul Janz.

Un grazie va pure a chi Nietzsche l’ha capito, a chi non l’ha capito ma ne ha parlato contribuendo a farlo conoscere.

Ringrazio l’editore Schmeitzner; ringrazio le biblioteche che rendono disponibili i libri di Nietzsche, le librerie nelle quali si possono trovare, anche quelle che Nietzsche lo confinano nei ripiani meno visibili, accessibili molto curvandosi o alzandosi in punta di piedi. Ringrazio Editori Laterza, Mario Carpitella che ha avuto cura del primo volume della Vita di Nietzsche che ora ho per le mani. Se ho dimenticato qualcheduno convinto che avrei dovuto ringraziarlo non si senta offeso.

Ringrazio chi sul pensiero e le parole di Nietzsche ha imparato che si può anche pensare e non ciecamente ubbidire e sottostare.

Il mio grazie a Nietzsche è costituito di immagini anziché parole.

Feliscatus

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